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Scuola: la riforma è servita
di Franco Venturella – novembre 2005 A dispetto degli insegnantiNon è bastata l’esperienza dell’avvio faticoso e contrastato della riforma del primo ciclo di istruzione. In preda ad una sorta di accanimento, il governo ha portato a termine la sua impresa: quella di rivoltare, formalmente, la scuola italiana, senza aver creato le condizioni necessarie per un percorso di coinvolgimento e di comprensione della filosofia complessiva. Non è solo la scuola a subire tale trattamento: non c’è istituzioni della Repubblica ad essere stata lasciata indenne: dalla giustizia all’università, dall’assetto costituzionale alla comunicazione, dal lavoro al welfare, dalle regole democratiche condivise al loro smantellamento a colpi di maggioranza. In questo delirio di onnipotenza, non si è compreso che l’arte della politica consiste nella capacità di dialogo, di mediazione, di concertazione – secondo il richiamo sempre inascoltato del capo dello Stato. Non basta detenere la maggioranza: le riforme che comportano cambiamenti sostanziali nella vita delle persone e del paese vanno fatte ricercando il più ampio consenso, in modo da facilitare la loro attuazione, soprattutto quando, come nella scuola, non basta modificare assetto organizzativo, orari e discipline, ma occorre incidere profondamente nei processi di insegnamento/apprendimento, che passano attraverso una nuova professionalità docente. Da qui si può ben comprendere che la ferita inferta alla scuola del primo ciclo stenterà a rimarginarsi, considerato il disorientamento al quale gli insegnanti sono stati abbandonati, mentre era loro richiesta la fatica di attuare una riforma da molti non condivisa,  ma divenuta comunque legge dello Stato. L’arte del “fai-da-te, alla quale gli insegnanti sono, per fortuna, abituati, ha permesso di far fronte ad una situazione di emergenza: da una parte elaborando modelli organizzativi e didattici, dall’altra districandosi nel far convivere modalità già sperimentate ed efficaci con esigenze espresse dalla riforma e dal suo nuovo vocabolario (obiettivi specifici  e Pecuc, unità di apprendimento, didattica laboratoriale, piani personalizzati, ampliamento dell’offerta formativa, portfolio, nuova scheda di valutazione, funzione tutoriale, Larsa). E se alcune scuole sono riuscite a superare il disorientamento lo si deve al fatto che hanno potuto avvalersi di esperienze educative e didattiche consolidate, mediando tra il vecchio e il nuovo ordinamento, aprendosi con gradualità alle indicazioni nazionali, adattandole ai diversi contesti. Del “tutor”, che sembrava l’elemento decisivo della riforma, si sono perse via via le tracce, in attesa dei risultati di una contrattazione che, a distanza di un anno non sembra essersi ancora conclusa. Poi è arrivata la stagione della scheda di valutazione e del Portfolio, che hanno assorbito gran parte delle energie a svantaggio del miglioramento della qualità della relazione educativa e didattica.  Parte la Riforma del secondo cicloLa stessa dinamica si sta ripetendo per la Riforma del secondo ciclo. Incurante di comunicati sindacali - che a più riprese hanno lamentato un progetto calato dall’alto, senza un vero confronto tra le forze vive del paese - e dell’unanime contrarietà dell’opposizione, dopo un iter piuttosto laborioso per superare i dissensi sorti anche all’interno della stessa maggioranza, parte la Riforma del secondo ciclo, comprendente il sistema dei licei e quello della istruzione e formazione professionale, dopo il no della Conferenza Unificata Stato-Regioni e il parere favorevole delle Commissioni parlamentari. Il Consiglio dei Ministri, il 14 ottobre, ha dato il via definitivo alla Riforma del secondo ciclo. Sono otto le tipologie di Liceo:  il classico,  lo scientifico, il linguistico, delle scienze umane, l’economico (con due indirizzi: 1. economico aziendale, 2. economico istituzionale),  il tecnologico (con otto indirizzi: 1. meccanico, 2. elettrico ed elettronico, 3. informatico e comunicazione, 4. chimico e materiali, 5. produzioni biologiche e biotecnologie alimentari, 6. costruzioni, ambiente e territorio, 7. logistica e trasporti, 8. tecnologie tessili e dell'abbigliamento); l’artistico (con tre indirizzi: 1. arti figurative, 2. architettura, design, ambiente, 3. audiovisivo, multimedia, scenografia); il musicale-coreutico. Una novità è il Campus: nella stessa istituzione scolastica potranno convivere percorsi liceali assieme a quelli di istruzione e formazione professionale. Esiste un sostanziale accordo sul fatto che nel contesto della società della conoscenza, tutti i percorsi formativi  devono essere in grado di promuovere, assieme ad un’ampia cultura di base, attitudine alla ricerca e al cambiamento, consapevolezza critica di lettura autonoma della realtà, capacità relazionali, disponibilità alla formazione continua per l’intero arco della vita. Nell’ultima redazione accolta dal Governo (che disattende le scelte previste dalla stessa Legge di Riforma), le perplessità si concentrano soprattutto su due fattori: 1) la Formazione professionale non costituisce più quel canale di pari dignità, come inizialmente affermato; 2) una precoce scelta tra i due sistemi, che si presentano come percorsi di fatto non comunicanti (in quanto la possibilità del passaggio dalla formazione professionale ai licei rimane solo teorica), non farebbe altro che legittimare le disuguaglianze presenti nella società. In realtà, il secondo canale si presenta di fatto come percorso di serie B  e come contenitore verso cui indirizzare  le situazioni di disagio sociale, di dispersione, di scarto rispetto ai percorsi liceali. La possibile anticipazione della riforma dall'anno scolastico 2006/2007Infine, sarà in grado la macchina organizzativa di anticipare i tempi della riforma, a partire dal prossimo anno, e a provvedere ai necessari adempimenti? Se la possibilità verrà lasciata, come sembra, all’autonoma iniziativa di ogni istituzione scolastica, senza regole precise, la babele sarà garantita. Infatti, occorrerà: 1) ridefinire gli assetti territoriali delle nuove istituzioni scolastiche, non sempre coincidenti con quelli esistenti;2) dare alle scuole la possibilità di predisporre l’offerta formativa, in modo da presentarla alle famiglie; 3) organizzare modalità di orientamento efficaci per preparare alla scelta di percorsi troppo canalizzati. Le regioni, contemporaneamente, dovranno mettere in piedi un sistema di istruzione e formazione complesso, in grado di offrire percorsi di pari dignità formativa. Molti i problemi aperti. La posta in gioco è troppo alta. Se si vorrà arrivare a tutti i costi sino in fondo, l’impatto non sarà certo  facile e indolore. Non basta aver predisposto i contenitori: occorre ripensare finalità, obiettivi, contenuti essenziali, nuclei fondamentali dei saperi. Senza una formazione generalizzata dei docenti la riforma sarà soltanto strutturale e non inciderà minimamente sul rinnovamento della didattica e dei processi formativi. Tutto ciò comporta la necessità di promuovere nelle singole scuole, meglio se in rete, comunità professionali in grado di fare ricerca educativa sul campo, in modo da accompagnare, in maniera innovativa e progettuale, i processi di cambiamento, che richiedono forme originali di elaborazioni dal basso, piuttosto che indicazioni calate dall’alto in forma di pacchetti applicativi standardizzati. Bisogna non solo investire risorse finanziarie, ma anche individuare strumenti normativi che, non lasciando alla buona volontà dei singoli lo sviluppo professionale, rendano verificabili gli esiti del processo di insegnamento-apprendimento. Le riforme, in tutti i paesi civili, vengono accompagnate da diffuse azioni formative, adeguatamente incentivate. Non ci sono riforme di tale portata, a costo zero. E in quanto ad investimenti sulla formazione, sulla ricerca, sul sapere e sulla cultura siamo veramente ormai l’ultima ruota del carro.   
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