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I processi decisionali nell'ambito della formazione: il caso della scuola paritaria
di Giuseppe Bonelli
Premessa
L'Italia è l'unico paese europeo con la Grecia che vede una netta prevalenza della scuola gestita direttamente dallo Stato centrale su quella gestita da altri soggetti pubblici o privati (eccezion fatta per il segmento dell'infanzia). Questo per un problema giuridico (la Costituzione all'art 33 comma 3 prevede l'esclusione di un finanziamento pubblico diretto a queste scuole), ma ancora di più storico (la necessità di un forte controllo statale sulla scuola, per realizzare l'unità del Paese dopo il Risorgimento e per assicurarne il pluralismo educativo dopo il Fascismo). Questo al punto che la nostra legislazione in materia è un unicum tra i paesi sviluppati, in quanto riconosce alle scuole gestite da altri soggetti la ‘parità' alla scuola statale e solo in virtù di questo atto autorizza il rilascio dei titoli di studio da parte di queste scuole e  concede loro dei contributi (soluzione che appare ancora più anacronistica se si pensa che anche in Italia, come in tutta Europa, la scuola non statale è nata prima di quella statale).

La realtà della scuola paritaria
Per questo motivo la scuola paritaria, dall'inizio dell'obbligo scolastico in avanti, in Italia è residuale rispetto al sistema di istruzione ed è gestita solo da realtà di nicchia (enti confessionali, enti locali con tradizioni storiche nel settore, imprese individuali o società di genitori, enti privati che garantiscono il recupero degli anni perduti) e i finanziamenti per questa categoria sono ancora più residuali rispetto alla spesa per l'istruzione (circa l'1,5 % del totale degli investimenti diretti dello Stato in questo campo)

Il dibattito pubblico
Diversamente dalla sua consistenza, però, la questione è affrontata su un piano fortemente ideologico nel dibattito pubblico, a causa di un atteggiamento storico che si può riassumere nell'assunto della cosiddetta ‘libertà di educazione': totem della Chiesa cattolica e dei partiti conservatori e liberali e tabù per le forze di sinistra e per gli intellettuali laici, che ritengono pericolosa ogni gestione ‘privata' della formazione.

Prescindendo dalla fondatezza della questione, che parte a mio avviso da una confusione tra le funzioni educative (che la scuola gestisce in multiproprietà con la famiglia e i media) e le funzioni formative (che la scuola deve garantire a tutti), va comunque rilevato come non si affronti di norma la questione sul più modesto profilo della pluralità dei soggetti gestori dell'offerta formativa, soluzione che da tempo le direttive europee e le indicazioni dell'Ocse suggeriscono per un complessivo miglioramento strutturale di ogni settore pubblico.

In pratica oggetto dell'attenzione sociale sono i destinatari dell'intervento finanziario dello Stato (le scuole più o meno libere) e non la politica complessiva del finanziamento delle spese per l'istruzione, che deve mettere i grado più soggetti di entrare nel sistema di gestione dell'offerta formativa, al pari di quanto avviene per tutti gli altri settori pubblici

Un esempio concreto
Proprio questa polarizzazione del dibattito pubblico ha provocato l'ultimo intervento legislativo in materia che è entrato direttamente nel merito della gestione del servizio scolastico. Per tacitare infatti chi nel Paese e in Parlamento si opponeva ad un aumento dei contributi alla scuola paritaria (in realtà si trattava del recupero di un taglio che aveva precedentemente colpito questo settore) il Governo Prodi  decise nella Finanziaria 2007 che da allora in avanti la priorità nei finanziamenti in questo settore sarebbe andata alle scuole gestite da enti senza fine di lucro.

Questa soluzione, accettata dalle forze da sempre avverse ad una deriva confessionale ed ideologica della scuola italiana, in realtà favorisce proprio quelle scuole (confessionali e gestite da enti locali) che storicamente erano oggetto del divieto costituzionale (per timore della perdita del controllo sui contenuti dell'offerta formativa), mentre penalizza il soggetto individuale laico, che vorrebbe appunto entrare nel sistema per offrire una gestitone dell'offerta formativa non di tendenza, ma semplicemente più funzionale alle esigenze di un'utenza o di un territorio (come infatti avviene nella scuola e nei nidi per l'infanzia).

Se quindi uno dei problemi del nostro sistema formativo è proprio la sua rigidità, il provvedimento non fa altro che aggravare la situazione, in quanto predilige i soggetti tradizionali rispetto a quelli potenzialmente più innovativi.

Un confronto con il sistema sanitario
La scelta di finanziare gli operatori no profit nel campo scolastico è figlia del modello sanitario, dove la pluralità di gestione è stata realizzata anche introducendo questa categoria come elemento perequativo rispetto ad una semplice condizione di mercato (non a caso il Ministro di allora, Fioroni, proveniva da quel settore), partendo dalla considerazione che un bene come la conoscenza, al pari di quello della salute, potrebbe essere oggetto di speculazione se gestito con una mentalità che abbia l'utile come unico obiettivo.

Tuttavia nel sistema sanitario si pagano, con un minimo di valutazione della qualità se non altro delle procedure, le prestazioni e non i soggetti in quanto tali, mentre in questo settore il finanziamento non è per nulla subordinato alla prestazione resa.

Quindi chi oggi si volesse immettere nel mercato si troverebbe intanto vincolato dalla natura giuridica (non potrebbe fare utile) e poi impossibilitato a sottrarre quote di domanda agli altri soggetti, che fanno del loro status (ente ecclesiale o ente locale) e non del livello delle proprie prestazioni la garanzia della qualità del servizio.

Prova ne sia che la traduzione amministrativa della norma fissa contributi unitari per numeri fissi di utenti e introduce minime variabili (la presenza di corsi completi, di disabili o di stranieri) solo nel settore della scuola secondaria e solo in ragione di una minore disponibilità di risorse.

Il caso dei buoni scuola
Al modello Fioroni si contrappone il modello della regione Lombardia e di altre regioni con governi di centrodestra, che hanno invece fin dal 2000 introdotto il sistema di finanziamento mediante buoni (o voucher), ora rivisti nella più impegnativa versione della ‘dote' per singolo studente. Non a caso il predecessore di Fioroni, la ministra Moratti, provò ad introdurre lo stesso meccanismo a livello nazionale.

Anche questa soluzione è figlia del sistema sanitario, che in certi casi utilizza come alternativa al rimborso delle prestazioni il contributo procapite per sostenere le spese di cura.

Anche in questo caso, però, il dibattito pubblico che ha accompagnato questo tipo di provvedimenti, oltre alla consueta contrapposizione storico/ideologica sull'opportunità in sé del finanziamento, si è soffermato sulle modalità di erogazione, dividendo chi si faceva promotore di una destinazione con precisi limiti di reddito dei contributi da chi ne propugnava l'estensione a tutti coloro che sostenevano spese per l'iscrizione dei figli alle scuole paritarie.

Nulla o quasi, invece, è stato detto sui criteri di accreditamento delle scuole presso le quali ‘spendere' i buoni (dibattito centrale non solo nella sanità, ma anche nella più simile formazione professionale), al punto che fino a poco tempo fa la regione Lombardia rimborsava anche le spese sostenute presso scuole non paritarie, ovvero al di fuori dell'unico, minimo, parametro di valutazione indiretta del servizio che al momento esiste.

Se dunque con il modello del finanziamento privilegiato agli enti senza fine di lucro si ingessa il sistema, con questo secondo modello lo si spinge verso una sua totale deregulation, evitando ancora una volta di incentivare il miglioramento del servizio e il suo potenziamento al di fuori dell'offerta tradizionale.

Prova ne sia una ricerca di Unioncamere Lombardia del 2005, che confermava la contrazione del settore delle scuole non statali proprio nella regione nella quale si può disporre del più alto finanziamento pubblico alle medesime

Conclusioni
Se dunque è assodato, anche sulla base delle indagini internazionali, che la scuola italiana sconta una crisi di efficacia e di efficienza nella propria offerta formativa ed è parimenti acquisito che la pluralità dell'offerta di un servizio pubblico contribuisce a migliorarne la qualità, se accompagnata da un efficace sistema di pubblica valutazione delle prestazioni, la scuola italiana continua a costituire un'anomalia europea ,con una gestione di fatto uniforme e centralizzata, che, anche nel piccolo segmento dell'iniziativa privata, rimane ancorata all'offerta tradizionale invece di sperimentare una vera e seria forma di libertà, non tanto di educazione, quanto di intrapresa.
  

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Ultimo aggiornamento
18/11/2009