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La formazione professionale. Una risorsa strategica troppo poco valorizzata ed utilizzata
di Giorgio Franchi   INDICEA. Che  cos’è la formazione professionale1. Le caratteristiche di fondo della formazione professionale2. La formazione professionale: cosa dice (con chiarezza) la normativa (e come scelte ideologiche possono contraddirla)B. Valorizzare la formazione professionale puntando in alto3. Le potenzialità della formazione professionale4. Problemi cui dare necessariamente risposta5. La “cultura tecnico, tecnologica, professionale”   A. CHE COS’È LA FORMAZIONE PROFESSIONALE 1. Le caratteristiche di fondo del sistema della formazione professionaleDella “Cenerentola delle Cenerentole”, ossia la formazione professionale (fp) si parla poco, si sa poco, se ne discute spesso a vanvera e se ne fa anche un uso scorretto. Qualche dato, relativo alle attività a finanziamento pubblico (quindi non quelle a pagamento e neppure quelle svolte internamente dalle aziende per la formazione e l’aggiornamento del proprio personale), può essere dunque utile per inquadrare la situazione (i dati di insieme sono ricavati dalle rilevazioni sull’offerta di fp a finanziamento pubblico attuate dall’ISFOL a partire dal 1999).Svolgono attività a finanziamento pubblico circa 1.500 sedi operative che a loro volta fanno capo a circa 850 enti. Si tratta, in generale, di sedi e di enti che operano da tempo e che costituiscono l’ossatura (il “consolidato”) della fp. L’attività formativa coinvolge ogni anno più o meno 550.000 allievi. Una cifra ragguardevole (cui andrebbero aggiunte le attività non a finanziamento pubblico). Caratteristica precipua della fp è di svolgersi attraverso una gamma piuttosto ampia di “tipologie” formative che riguardano giovani, lavoratori, adulti, fasce particolari, ossia un’utenza molto variata. Le “tipologie” riguardano la “formazione al lavoro” (“iniziale” o “in ingresso”); la “formazione sul lavoro” (aggiornamento, riqualificazione, mobilità); la “formazione ex lege” (determinata da alcune disposizioni normative come la l. 626 o particolari patenti di mestiere); i “tirocini formativi e di orientamento”. Ognuna della macro tipologie ricordate, inoltre, si articola in varie sotto tipologie. Così, nella formazione al lavoro rivolta ai giovani, le tipologie riguardano la “prima formazione” (o iniziale), le attività in integrazione con la scuola (ad esempio, nei primi due anni e nel caso degli istituti professionali negli ultimi due anni), la formazione di “secondo livello” (post diploma), la partecipazione ai corsi IFTS. A sua volta, la “formazione sul  lavoro” comprende l’apprendistato, interventi relativi a processi di mobilità/riconversione, l’aggiornamento professionale di lavoratori occupati nei settori pubblico e privato e di lavoratori autonomi. Inoltre, altri interventi sono rivolti ai disoccupati, agli immigrati, alle donne che vogliono rientrare nel  mercato del lavoro, ai portatori di handicap. Questa varietà di tipologie presenti nell’offerta di fp ed il fatto che essa si rivolge (e coinvolge) utenze molto diverse tra loro è indubbiamente una “ricchezza”. L’esperienza formativa che così si è accumulata (quantomeno nel caso di alcune sedi operative e di alcuni enti) non solo è diversa da quella dell’“istruzione” (la scuola, l’università), ma presenta più sfaccettature e si muove, per molti versi, nella direzione della “formazione lungo l’arco della vita”.Tornando alle quantità (dati 2002), 250.000 sono gli allievi della “formazione al lavoro” (in maggioranza giovani: circa 190.000); 230.000 quelli della “formazione sul lavoro”; 30.000 quelli della “formazione ex lege”; 40.000 quelli dei “tirocini”. Il volume complessivo dell’attività risulta sostanzialmente costante ogni anno, ma possono variare anche sensibilmente le proporzioni tra le varie “sotto tipologie”. Ad esempio, tra il 1999 ed il 2002, gli allievi apprendisti sono passati da 16.500 a 67.500; i “tirocinanti” sono aumentati di 10.500 unità (passando da 30.000 allievi a 40.500); in varie aree territoriali, la formazione di “secondo livello” (post diploma e corsi IFTS) ha ormai sopravanzato quella di “primo livello. Detto in altri termini, da un lato, il finanziamento pubblico risulta produrre un volume complessivo di attività che varia molto poco nel corso degli anni, dall’altro, gli input proposti dal finanziamento pubblico variano, dirigendo, di conseguenza, le risorse ora più verso una “tipologia” ora più verso un’altra (e va riconosciuto che la fp risulta capace di adattarsi a questi mutamenti, dimostrando in ciò un livello quantomeno discreto di flessibilità; si tratta di un fatto recente, nuovo e importante che contrasta con quel dato di “rigidità” che la caratterizzava negli anni ’80 e ’90). Occorre aggiungere che l’attività non si esaurisce nella formazione. L’offerta di “servizi” al territorio (analisi del mercato del lavoro e dei fabbisogni professionali, orientamento professionale, consulenza di progettazione, eccetera) risulta in crescita e questo è un aspetto importante se inserito nel quadro della centralità che il “territorio” (la “dimensione territoriale”) ha assunto a seguito dell’attribuzione di autonomia alle scuole e dei nuovi compiti in materia di istruzione, formazione, lavoro attribuiti a regioni, province e comuni. Ulteriore caratteristica, peraltro, è la disomogenea (per quantità e per qualità) presenza della fp nelle varie regioni, con alcune aree territoriali e regioni dove l’offerta è “forte” ed altre nelle quali essa risulta grandemente se non addirittura del tutto carente. Nella fattispecie, considerando le grandi aree territoriali, l’83% degli allievi della “formazione al lavoro” e l’84% di quelli della “formazione sul lavoro” sono concentrati nel Nord e nel Centro; il 90% circa degli apprendisti è concentrato in sole cinque regioni: Emilia Romagna, Veneto, Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Piemonte; l’ 85% dei “tirocinanti” lo si ritrova in quattro regioni: Lazio, Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna. Così come si deve tener conto della diversa “storia” dei vari enti, alcuni dei quali sono decisamente più orientati verso la “formazione al lavoro” (ed in particolare a quella rivolta ai giovani), mentre altri privilegiano la “formazione sul lavoro”, e così via (una diversità, questa, che dipende anche dal modo in cui le varie regioni hanno interpretato nel corso degli anni il ruolo della fp, se più spostato verso la formazione iniziale - inevitabilmente “para scolastica” - o verso il lavoro). Insomma - e questo è un problema oggettivo - un ragionamento “generale” sulla fp non è sempre proponibile. Inoltre, occorrerebbe valutare la qualità dell’offerta, anch’essa piuttosto disomogenea. 2. La formazione professionale: cosa dice (con chiarezza) la normativa (e come scelte ideologiche possono contraddirla)

Misuriamo questa realtà con quanto previsto nell’articolo 141 del decreto legislativo 112/98 (non abrogato) che offre una definizione puntuale (rivista ed aggiornata rispetto a quanto contenuto nella l. 845/78) di cosa debba intendersi per fp.
“Agli effetti del presente decreto legislativo, per "formazione professionale" si intende il complesso degli interventi volti al primo inserimento, compresa la formazione tecnico professionale superiore, al perfezionamento, alla riqualificazione e all'orientamento professionali, ossia con una valenza prevalentemente operativa, per qualsiasi attività di lavoro e per qualsiasi finalità, compresa la formazione impartita dagli istituti professionali nel cui ambito non funzionano corsi di studio di durata quinquennale per il conseguimento del diploma di istruzione secondaria superiore, la formazione continua, permanente e ricorrente e quella conseguente a riconversione di attività produttive. Detti interventi riguardano tutte le attività  formative volte al conseguimento di una qualifica, di un diploma di qualifica superiore o di un credito formativo, anche in situazioni di alternanza formazione-lavoro. Tali interventi non consentono il conseguimento di un titolo di studio o di diploma di istruzione secondaria superiore, universitaria o post universitaria se non nei casi e con i presupposti previsti dalla legislazione dello Stato o comunitaria, ma sono comunque certificabili ai fini del conseguimento di tali titoli”.

La definizione è chiarissima e per molti versi stupisce che ancor oggi ci si interroghi sul ruolo e le peculiarità della fp. Insomma, la fp non è scuola, non è università, non rilascia titoli di studio, ma piuttosto essa è, rispetto alla scuola e all’università, il necessario “complemento” perché ogni percorso di istruzione possa condurre ad una “professionalità”. La fp ha valenza esplicitamente operativa e proprio perché si sviluppa (deve svilupparsi) dal primo inserimento (che tale è anche a livello di post diploma e di post laurea) all’aggiornamento professionale fino alla formazione continua, permanente e ricorrente, essa riguarda per intero tutte le possibili sfaccettature della “professionalità”, movendosi, per di più, come sottolineato in precedenza, nella logica e nella prospettiva della “formazione lungo tutto l’arco della vita”. In questo modo, la fp ha una propria indubbia identità (peculiarità), diversa da quella di altre agenzie formative (come peraltro era stato sottolineato nel libro bianco della UE “Insegnare ed apprendere”); in questo modo, essa è una reale ricchezza; in questo modo, possono e devono essere rivisti e riconsiderati i ruoli e gli apporti dei vari “momenti/strumenti” formativi ed i rapporti che devono stabilirsi tra essi.

C’è corrispondenza tra la definizione appena ricordata e le caratteristiche dell’offerta di fp prima illustrate? Per molti versi, si. Il quadro complessivo non risulta particolarmente distante da quanto previsto dalla norma: l’offerta riguarda l’insieme delle utenze e delle funzioni proprie della fp, anche se, si è detto, con proporzioni che andrebbero molto spesso riequilibrate e con quella difforme presenza sul territorio nazionale che costituisce un problema concreto. Piuttosto, come già detto, si dovrebbe ragionare sulla qualità dell’offerta e, ancor più, domandarsi se c’è una valorizzazione di quanto la fp è e ha accumulato. In realtà ed in generale, c’è una sottovalutazione di ruolo, c’è un ragionamento che il più spesso relega verso il basso il possibile apporto della fp - a partire dalla funzione di “croce rossa” rispetto alle utenze giovanili a rischio fino ad un uso limitato rispetto a professionalità alte od anche medio alte -, quando l’apporto potrebbe essere davvero strategico. (È a causa di questa sottovalutazione, di questo considerare la fp come qualcosa “rivolta al basso” che trova giustificazione il falso problema della “pari dignità” tra scuola e fp. Di “dignità” la fp ne ha da vendere, se è considerata e apprezzata nella sua diversità, ovvero nella sua specifica identità. nelle cose, diverse da quelle dell’istruzione, che fa).

Quanto appena detto è straordinariamente riscontrabile nella l. 53/2003. In essa c’è una oggettiva sottovalutazione della fp ed in generale della “cultura professionale”: vengono proposti percorsi di durata quadriennale per l’“istruzione e formazione professionale”, largamente separati dall’istruzione; è presente una visione “localistica” della “professionalità” (la gestione alle regioni del sistema dell’“istruzione e formazione professionale”) che ricorda la storia dell’istruzione professionale, nata come costola dell’istruzione tecnica per rispondere ai minuti bisogni di questo o quel territorio. Ma c’è di peggio: lo “schiacciare” la fp sulla prima formazione, sulla formazione in ingresso, scelta che, tra le sue conseguenze, ha quella, da un lato, di irrigidire un’ offerta la cui caratteristica dovrebbe essere la flessibilità; dall’altro, di ridurre notevolmente le risorse finanziarie per tutti gli altri interventi della fp che sono in realtà quelli più propri e importanti della fp stessa. Le conseguenze le si vedono tutte in alcuni dei Protocolli siglati a livello regionale a seguito dell’Accordo del giugno 2003: in Lombardia, ad esempio (ma è diversa la situazione in Piemonte, Liguria, Veneto?), circa i due terzi delle risorse sono assorbite dalla sperimentazione di percorsi triennali di fp (che, tra l’altro, costringono la fp a “scolasticizzarsi”, dato che essi dovranno essere “equivalenti” ai corrispondenti percorsi scolastici), con il risultato che per il “resto” delle attività c’è solo un terzo delle risorse a disposizione.

Insomma, il paradosso messo in luce non è piccolo: bene o male, con vari limiti, l’offerta di fp (i soggetti che offrono fp) cerca di corrispondere ai propri compiti, mentre ad aver capito poco e a non utilizzare la fp come reale e concreta risorsa risultano le scelte politiche governative.

 B. VALORIZZARE LA FORMAZIONE PROFESSIONALE  PUNTANDO IN ALTO 3. Le potenzialità della formazione professionale

Ritorniamo al quadro iniziale, alle caratteristiche di fondo della fp, alle sue potenzialità. Il termine non è usato a caso, perché se è vero che le caratteristiche sono quelle descritte, non è altrettanto vero che esse siano sempre colte e sviluppate per quello che sono, o meglio, potrebbero essere.

Partiamo dalla compresenza di più utenze, dal fatto che nell’attività di gran parte dei soggetti della fp coesistono tutte (o quasi) le “tipologie” formative ricordate. Ci sono due grandi possibili conseguenze di questo fatto.

• La prima, riguarda la “cultura formativa” che in questo modo si è accumulata, con esperienze rispetto ai giovani, agli adulti, ai lavoratori, a fasce particolari. Non è un caso che nella fp, funzioni quali il tutoring, l’accoglienza, il contratto pedagogico, e così via, siano, per così dire, “normali” e, nella fattispecie, siano presenti da tempo (comunque, da molto prima che esse siano state introdotte nell’istruzione); che il ragionare per “competenze”, per consolidamento e/o riconoscimento di “crediti” sia anch’esso “normale”. Insomma, l’esperienza (la pratica, la cultura) formativa della fp è assolutamente preziosa e strategica: è più ampia di quella dell’istruzione, è potenzialmente più “moderna” di quella, può costituire la base per un concreto e reale rinnovamento della “cultura” e della “pratica” formative, tanto più se si riflette sul mix tra “sapere” e “saper fare” che contraddistingue l’approccio della fp e sul fatto che la pluralità di utenze, come già detto, fa si che la fp nei fatti si muova nella logica della “formazione lungo tutto l’arco della vita” (c’è, potenzialmente ma anche nei fatti, una visione che contempla il “prima” e il “dopo”, che consente di riequilibrare e di aggiornare costantemente ciò che nei singoli casi si tratta di far “apprendere”). La palla, per così dire e però, passa alla fp: c’è fino in fondo la coscienza di questa straordinaria potenzialità? C’è, nei fatti, l’osmosi tra queste varie esperienze come obiettivo da concretizzare? Diciamolo chiaramente: in buona parte si, ma allora, questo è un aspetto, un ruolo che la fp deve essere capace di valorizzare e rivendicare come proprio e specifico “portato”.

• La seconda, riguarda la “cultura tecnico professionale”. Sul tema si ritornerà in seguito, ma qui ciò che va sottolineato è il fatto che ancora una volta la pluralità di utenze (di esperienze e “portati” delle varie utenze) e di “tipologie formative” (la formazione di professionalità basse, medie, medio/alte, alte; l’aggiornamento professionale ai vari  livelli; gli interventi di riconversione professionale; e così via) consente (può consentire) alla fp di avere una visione ampia della “professionalità” e della sua evoluzione. Si tratta di un aspetto di grande rilievo, come altri piuttosto disconosciuto.

• La terza potenzialità si ricollega strettamente a quella appena detta. La fp ha contatti stretti con il mondo del lavoro, della produzione, delle professioni. Li ha attraverso le utenze, li ha nei fatti (molte attività si svolgono nei luoghi di lavoro), li ha nella necessità di conoscere i fabbisogni  professionali e formativi per indirizzare la propria offerta. Avvicinare “cultura” e “professione”, concretizzare un mix efficace tra “sapere” e “saper fare”, concretizzare quelle “capacità relazionali” che come si sosteneva nel citato “Insegnare ed apprendere” appartengono all’esperienza lavorativa, all’esperienza professionale, queste sono cose tipiche della fp, un patrimonio da mettere  a disposizione dell’intero sistema formativo.

• La quarta potenzialità è data dal radicamento che da sempre la fp ha nel territorio. Si tratta di un radicamento a volte piuttosto limitato (il rispondere a bisogni professionali molto locali, anche di modeste dimensioni), ma altre, per così dire, a “tutto campo” (conoscenza della realtà socio, economica, occupazionale del territorio nel suo complesso; contatti con i vari soggetti produttivi; rapporti con le istituzioni). È in relazione a questo aspetto che alcune sedi operative ed alcuni enti, oltre all’offerta di formazione, si sono orientati, come si è visto, anche nell’offerta di “servizi” rivolti al territorio (analisi del mercato del lavoro, dei fabbisogni professionali, sportelli di orientamento). Insomma, il radicamento c’è e per molti versi esso è connaturato alla natura stessa della fp. Occorre, però, che la fp ne faccia davvero un proprio “valore”, assumendo la “dimensione territoriale” come il terreno entro il quale sviluppare appieno ed ai vari livelli il proprio apporto.

• La quinta potenzialità consiste nel fatto di far diventare una “risorsa” le differenze che nella fp ci sono. Dicevamo all’inizio che nei soggetti della fp coesistono diverse anime, diverse culture, diverse “vocazioni” e specializzazioni. Queste diversità sono un “limite” (pesante) se vengono giocate le une contro le altre (che è quello che avviene spesso), un “valore” se queste diversità sono assunte e considerate rispetto a ciò che ognuno è in grado di offrire e realizzare. “Valorizzare le differenze”, dunque, per rispondere a più necessità, per ottimizzare al massimo i singoli “portati”.

 4. Problemi cui dare necessariamente risposta

Ci sono tre grandi ordini di problemi cui è necessario dare risposta.

• Il primo riguarda i temi posti da una situazione di “piena scolarità”. La realtà italiana rispetto a quella di altri Paesi è oggettivamente “anomala”. L’offerta è sostanzialmente tutta di carattere “accademico”, ma quel che conta ancor di più è che tutti si dirigono verso la scuola (i 2 milioni e mezzo di studenti della secondaria contro i circa 80.000 della fp di primo livello la dicono lunga). Gli orientamenti sociali non sono una cosa con cui si può scherzare: non si riconvertono con soluzioni nominalistiche (il riferimento è al secondo canale della l. 53/2003, del quale, peraltro, oggi pare restare pressoché nulla). Peraltro, è l’Europa a chiedere più “cultura” (nel senso pieno del termine) e quindi più scuola: ampliamento della durata dell’obbligo scolastico; almeno l’80% dei giovani diplomato, eccetera (Lisbona, 2000). A rafforzare quanto appena detto si è aggiunto il decreto sul “diritto/dovere” che, in prima applicazione, riguarda i primi due anni della secondaria (così come sono e che tutto sommato saranno nei loro contorni generali, se si legge bene lo schema di decreto relativo al secondo ciclo). Qui ci sono alcuni problemi oggettivi.

“Piena scolarità” significa che nella scuola ci sono tutti, ovvero tutte le possibili differenze, non “affrontabili” con una proposta formativa sostanzialmente “monocorde” e “accademica”. Orientamento, rafforzamento di motivazione, proposte e metodologie capaci di rispondere ai diversi “stili cognitivi”, incontro con la cultura professionale e del lavoro: queste (ed altre) sono le cose da assicurare e, diciamolo subito, la scuola può imparare progressivamente a farle, ma è palese che al momento, da sola, non può farcela. Né una risposta può essere quella di affiancare all’offerta scolastica una parallela offerta di fp: non solo ci andrebbero in pochi (lasciando inevaso il problema generale), ma quell’offerta dovrebbe caricarsi di ampie valenze “culturali” - ancora una volta, l’Europa, Lisbona, l’obiettivo di accrescere la cultura per tutti – stravolgendo l’identità e la specificità della fp.

Il “biennio” che diventa “obbligatorio”. Vogliamo finalmente dire quali sono gli obiettivi da connettere al “biennio”? Ne mettiamo in fila almeno tre: accrescere la “cultura” di base, ovvero consolidare quella che potremmo definire la “moderna cultura di base del moderno cittadino europeo”; consolidare una concreta capacità di orientamento e scelta; aprire verso la conoscenza dei grandi ambiti professionali.

La dispersione, le cosiddette “fasce a rischio”. È nei primi due anni della secondaria che si registra il massimo di dispersione nei suoi due aspetti: bocciature/ripetente; abbandoni. Il problema esiste, eccome, anche se non va isolato: fa parte dell’insieme dei problemi posti dalla “piena scolarità” e di cosa si vuol fare nel/del “biennio”.

La fp può contribuire a dare risposte efficaci a questo insieme di problemi? Senza dubbio. Il ragionamento è quello relativo all’integrazione tra istruzione e formazione ed è fin troppo facile capire, per le cose dette, quale può essere lo specifico apporto (era il termine usato nell’Accordo sul lavoro del 1996) della fp nel rafforzare l’orientamento e la motivazione, nel favorire l’incontro con la “cultura professionale”, nel corrispondere ai diversi “stili cognitivi”, e così via. Questo, beninteso, per tutti, per tutti gli indirizzi, per tutti i bienni. Dicevamo delle differenze tra i soggetti della fp ed è proprio qui che esse vanno valorizzate, perché è indubbio che taluni enti di fp si sono più di altri “specializzati” nella formazione dei giovani e nel “recupero” delle cosiddette “fasce a rischio” (che, magari, sono solo quei giovani che vorrebbero anche usare le mani). Rispetto al passato, le esperienze sono cresciute, ci sono risultati che possono essere visti. Con una precisazione: la fp non è la “croce rossa” della scuola. Il suo apporto è strategico, è molto di più di un “valore aggiunto”, rappresenta una “cultura formativa” diversa da quella scolastica e l’integrazione, se così interpretata, è certamente un mezzo per dar vita ad un rinnovamento della cultura e della pratica formative.

Si ferma qui l’apporto della fp? No. Nostra opinione è che la fp, nel “biennio”, possa e debba rappresentare per coloro che manifestano la volontà, dopo il biennio, di proseguire in un percorso maggiormente professionalizzante di quello scolastico, quella che in gergo è chiamata  l’“area di indirizzo”.

• Il secondo ordine di problemi riguarda in generale la “professionalizzazione” e per molti versi rinvia alla definizione (ed al ruolo) della fp contenuta nell’articolo 141 del decreto legislativo 112/98. Un primo aspetto è relativo ancora una volta alla scuola, tanto più se verrà approvato il decreto sul secondo ciclo che (come lo si conosce) “licealizza” non solo di nome, ma di fatto, praticamente tutta la secondaria superiore. Il tema è ancora quello della integrazione, in questo caso nei trienni e che trova riferimento normativo nell’articolo 68 della l. 144/99 (l’obbligo formativo, che “continua ad applicarsi”, come recita il decreto sul “diritto/dovere”) e nel suo regolamento di attuazione dove si parla di percorsi integrati e di interventi curricolari ed extra curricolari della fp. C’è, poi, tutta la questione dell’“alternanza scuola-lavoro”. Il decreto, così com’è, è deludente, perché mentre apre ad una prospettiva importante, finisce poi con il ridursi a “fotografare” quanto le scuole, spesso in collaborazione con la fp (pensiamo, ma non solo, agli stage) già fanno. L’“alternanza”, viceversa, dovrebbe avere caratteristiche proprie: propone ruoli diversi ai singoli attori, non si limita ad esperienze episodiche, chiede la definizione di “condizioni” perché il percorso possa essere definito “alternanza”. Si tratta di cose che la fp ha sperimentato nelle sue diverse “tipologie” corsuali ed il suo apporto, in questo caso, è davvero decisivo.

Il terzo aspetto, riguarda invece l’intervento diciamo così “autonomo” della fp, ovvero la costruzione di quell’offerta necessaria perché ogni percorso di istruzione conduca concretamente ad una “professionalità” (meglio: professione). Da un lato, c’è l’offerta post biennio (di durata, pensiamo, almeno biennale), dall’altro c’è tutto il post diploma, comunque l’offerta di secondo livello che è quella davvero mancante, quella di cui c’è più bisogno e che rischia di mancare sempre più se le risorse finanziarie esistenti sono utilizzate per funzioni “improprie” (e comunque piuttosto parziali rispetto alle reali necessità) della fp (che, vale ripeterlo, non è scuola e non deve diventarlo, pena la perdita di una reale “risorsa”). Ci sono poi i corsi IFTS, i rapporti con l’università, i corsi post laurea. L’offerta “autonoma” della fp va percorsa e dispiegata tutta.

• Il terzo ordine di problemi riguarda il pieno funzionamento del rapporto “istruzione, formazione, territorio”. Tutta la legislazione partita con la l. 59/97 e approdata al nuovo Titolo V della Costituzione ha teso a valorizzare appieno la “dimensione territoriale” come quella nella quale realizzare l’intreccio e la sinergia tra le varie politiche di sviluppo (tra cui, essenziali, quelle dell’istruzione e della formazione), l’incontro e la collaborazione tra vari soggetti, il pieno e totale utilizzo di tutte le risorse esistenti. Si è detto della “vocazione” territoriale della fp. Aggiungiamo qui gli “spazi” che la fp può e deve occupare. Da un lato, ci sono quelli relativi ai “servizi” che la fp può offrire, ponendosi il più spesso come “cerniera” tra l’offerta di istruzione, quella di formazione, la domanda del mondo produttivo e dei servizi: più di altri, la fp può tradurre i fabbisogni professionali in fabbisogni formativi e questi ultimi in concreti progetti di formazione. Ci sono poi tutte le funzioni connesse con l’attuazione dell’obbligo formativo, a partire da un apporto ai “servizi per l’impiego” (orientamento e riorientamento, tutoring, counselling) fino alle “conferenze territoriali di orientamento” (ex regolamento di attuazione dell’obbligo formativo). Dall’altro lato, ci sono quelli relativi alle “politiche attive del lavoro”, al suo ruolo nell’apprendistato nelle sue diverse forme, a tutte le attività formative volte all’aggiornamento e riqualificazione professionale, alla mobilità, riconversione, eccetera.

 5. La “cultura tecnico, tecnologica, professionale”

Il tema della “cultura tecnico, tecnologico, professionale” è, per molti versi, quello cruciale per il nostro Paese, dal momento che esso rappresenta il nostro vero (e pesante) deficit da cui discendono la perdita di competitività, la dipendenza da innovazioni altrui, lo scarso sviluppo della ricerca, e così via. Si tratta di un tema che riguarda innanzitutto il Paese nel suo insieme ed ovviamente anche tutto il sistema formativo (di istruzione e formazione). La precisazione è importante, perché sarebbe scorretto attribuirlo in particolare alla fp. Però è vero che il contributo della fp potrebbe essere certamente non marginale.

L’abbiamo sottolineato mettendo in fila le “potenzialità” della fp: essa ha, potenzialmente, una visione ampia della professionalità, da quella da formare “in ingresso” a quella “in atto” e può connettere il “dopo” ed il “dopo”. È davvero difficile trovare una situazione nella quale tutti gli aspetti della professionalità possano essere visti e considerati contemporaneamente, tra l’altro nella loro costante evoluzione, come accade nella fp. La domanda, però, è: c’è, per davvero e nei fatti, questa visione ampia? Pensiamo che la risposta corretta sia: c’è e allo stesso tempo non c’è. Ma, più ancora, che non si può chiedere alla fp, da un lato, di farsi carico da sola di compiere sino in fondo questa sintesi, dall’altro, di essere il soggetto principale di una ricerca che richiede mille apporti e coinvolgimento di più soggetti. C’è bisogno di una “regia” e di un soggetto che attui sino in fondo questa “regia”.

Quale può essere questo soggetto? Una corretta e non ideologica interpretazione del dettato del nuovo Titolo V della Costituzione ci aiuta a trovare la risposta.. L’articolo 117 attribuisce, come è noto, alle regioni potestà legislativa esclusiva su “istruzione e formazione professionale”. L’interpretazione più “naturale” su cosa debba intendersi per “istruzione e formazione professionale” è che sia potestà delle Regioni legiferare in merito sia alla formazione professionale sia all’istruzione professionale, ovvero che la definizione contenga un’endiadi: “istruzione (professionale) e formazione professionale”. Detto in altri termini, il Titolo V risulterebbe aver sciolto il contenzioso presente fin dall’avvio delle regioni (primi anni settanta) su a chi spettasse l’istruzione professionale. (La “storia” non è inessenziale agli effetti interpretativi, come insegna tutta la giurisprudenza). Come ha letto, viceversa, la l. 53/2003 la questione? Che tutto ciò che conduce ad una professione diventa prerogativa regionale, quindi che gli istituti tecnici, quelli professionali e quant’altro passano in gestione alle regioni. Ora, a prescindere dal fatto che potestà legislativa non implica necessariamente un passaggio di gestione (l’esempio più calzante viene proprio dalla formazione professionale: la regione “governa” il settore, ma lo gestisce in modo diretto solo in minima parte, quando addirittura non lo gestisce affatto), la lettura appare oggettivamente riduttiva e meccanicistica, immemore dei complessivi ruoli che il Titolo V attribuisce alle regioni. In realtà, considerando anche tutta la legislazione che ha preceduto la modifica costituzionale, è facile desumere che il nuovo Titolo V abbia inteso valorizzare appieno il ruolo di programmazione e governo delle regioni e che, nello specifico, se oltre alla “formazione” (non dimenticando, peraltro, la potestà legislativa concorrente delle regioni sull’istruzione tutta) si considerano anche le altre materie attribuite alle regioni nel campo del lavoro, delle politiche attive del lavoro, dello sviluppo economico, delle professioni, della programmazione dello sviluppo del proprio territorio e dei propri territori, eccetera, si può comprendere il significato completo della specifica potestà legislativa regionale su “istruzione e formazione professionale”: ovvero, il governo e la programmazione del rapporto nel suo insieme tra istruzione, formazione, professionalità, sviluppo economico ed occupazionale (ciò che non esclude ovviamente anche la costruzione di una specifica offerta formativa: cosa che era già prerogativa regionale).La digressione è stata un po’ lunga, ma era necessaria, da un lato, per controbattere una interpretazione scorretta e riduttiva, limitante il ruolo delle regioni; dall’altro, per sottolineare come siano le regioni il soggetto “naturale” della indispensabile “regia” della quale si è detto qualche riga più sopra.Non è questo il luogo per indicare le forme, i modi, i soggetti da coinvolgere (ed i ruoli da attribuire ad essi), i “tavoli” che possono essere costituiti per realizzare una efficace “regia”, la dimensione ottimale (regionale, sub regionale) di questa “regia”, e così via, ma è certamente al suo interno che va collocato il ruolo della fp, non solo per ciò che di specifico essa potrà/dovrà offrire (formazione ai vari livelli, servizi), ma per attuare la sintesi della sua conoscenza della professionalità. Una sintesi che consentirà la vera e piena valorizzazione della fp, il suo riconoscimento come “risorsa”, finalmente il suo pieno dispiegarsi.Presumiamo troppo dalla fp, o meglio, da questa fp? Forse si, ma riteniamo che sia solo imboccando le strade complessivamente indicate in queste pagine che la fp potrà uscire da una immeritata minorità.
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