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Il nodo del primo biennio delle superiori
La riforma proposta dal governo non risolve il problema Il Ministero ha finalmente reso noto il testo definitivo del decreto di riforma della scuola secondaria superiore, ora inizia un iter non facile, soprattutto perché dovrà tirare le somme di un dibattito centrale per i destini della scuola del nostro paese: quello sul primo biennio della scuola superiore di Giuseppe Bonelli*  1. UN DECRETO NECESSARIAMENTE INCOMPLETODopo un numero infinito di bozze più o meno ufficiali, sul sito del Ministero della Pubblica Istruzione è comparso il testo del decreto attuativo della legge 53/03 riguardante la riforma della scuola superiore, licenziato dal Consiglio dei Ministri il 27 maggio di quest’anno.Ovviamente non è possibile esaminarne compiutamente il contenuto in questa sede e quindi giova soffermarsi su un punto saliente dell’architettura della nuova scuola superiore che in esso viene delineata e altrettanto ovviamente questo punto non può non essere quello del primo dei due bienni nei quali viene suddiviso questo ciclo di istruzione.Recita il decreto:“Il secondo ciclo del sistema educativo di istruzione e formazione è costituito dal sistema dei licei e dal sistema dell'istruzione e formazione professionale. Esso è il secondo grado in cui si realizza, in modo unitario, il diritto-dovere all'istruzione e alla formazione di cui al decreto legislativo 15 aprile 2005, n. 76” (art. 1 comma 1)“Nei percorsi del secondo ciclo si realizza l'alternanza scuola-lavoro di cui al decreto legislativo 15 aprile 2005, n. 77” (art. 1 comma 6)“I percorsi liceali hanno durata quinquennale. Essi si sviluppano in due periodi biennali e in un quinto anno” (art 2 comma 2)“Le Regioni assicurano inoltre, agli stessi fini, l'articolazione dei percorsi formativi nelle seguenti tipologie: percorsi di durata triennale, che si concludono con il conseguimento di un titolo di qualifica professionale; percorsi di durata almeno quadriennale, che si concludono con il conseguimento di un titolo di diploma professionale.” (art. 17 comma 1)Come si vede si definisce quel sistema duale di cui parla la legge 53, per la quale, dopo la terza media unica, si sdoppia il percorso di formazione degli studenti italiani, che possono scegliere se proseguire nel sistema liceale (che dà accesso all’università) o nel sistema dell’istruzione e della formazione professionale (che non dà immediato accesso all’università). Una variabile di questo secondo percorso è quello dell’alternanza scuola lavoro, che accelera maggiormente il processo di passaggio dalla scuola all’occupazione.Tuttavia il decreto si limita a disegnare minuziosamente solo il primo di questi due percorsi (al quale sono dedicati 13 dei 31 articoli), lasciando invece la definizione del secondo percorso alle Regioni, pur all’interno di alcune linee essenziali (delineate in 8 articoli). Questo nel pieno rispetto sia della legge 53/03, che soprattutto della Costituzione vigente, che assegna competenza esclusiva alle regioni su questo settore della formazione all’interno degli ordinamenti generali fissati dallo stato (art. 117).Quindi la riforma della secondaria non potrà realizzarsi se prima le regioni non adempiranno al compito che il decreto assegna loro, ovvero la definizione almeno dei percorsi triennali previsti dall’art. 17, in quanto si prevede che:“A decorrere dall'anno scolastico e formativo 2006/2007 sono avviati, rispettivamente, la prima classe del primo biennio dei percorsi liceali di cui al Capo II ed il primo anno dei percorsi di istruzione e formazione professionale”  (art. 27 comma 1).Se si tiene conto che le iscrizioni all’anno scolastico 2006/2007 dovranno avvenire (a meno di cambiamenti nelle prassi ministeriali) entro la fine di gennaio del prossimo anno, entro il mese di novembre occorrerebbe non solo il varo definitivo del decreto in questione (che per legge deve avvenire entro la metà di ottobre), ma anche la definizione, da parte dei 20 Consigli regionali del Paese, di altrettanti provvedimenti istitutivi dei percorsi di istruzione e formazione professionale.Il fatto che l’attuale maggioranza possa contare su solo quattro Consigli regionali nei quali governa la Casa della Libertà pone una seria ipoteca, a mio avviso, sul varo della riforma nei tempi previsti.  2. L’UNICA RIFORMA CHE CONTA DAVVERO 2.1 la situazione degli attuali bienniLa definizione dell’offerta formativa nei primi anni del percorso scolastico secondario superiore ha una rilevanza centrale per le sorti della scuola italiana. E’ nei primi due anni dell’attuale scuola superiore che si verifica infatti quella dispersione scolastica che rende il nostro paese, peraltro non unico in Europa, molto lontano dall’obbiettivo di un massiccio incremento del numero dei diplomati nella popolazione degli stati membri che l’Unione europea si è posta nel Consiglio di Lisbona.Basta un semplice dato, che si desume dall’”Indagine campionaria sugli scrutini, gli esami di licenza e gli esami di stato, Anno scolastico 2003/04” promossa dalla Direzione Generale Studi e Programmazione, Servizio statistico del Miur. Nel nostro sistema di istruzione i non ammessi alla classe successiva sono mediamente il 99% nella scuola primaria, il 96% nella scuola secondaria di primo grado, il 90% negli ultimi due anni della scuola superiore (terza e quarta classe), mentre sono solo l’84% nel primo anno e l’88% nel secondo anno della scuola superiore. Se a questo si aggiunge che nello scorso anno scolastico, dei 94.599 studenti bocciati il primo anno, ben 49.384 non si sono iscritti alla prima superiore dell’anno successivo, mentre tra i non promossi in seconda i non iscritti sono 16.191 (come si può evincere incrociando i dati forniti dalla Direzione Generale per i Sistemi Informativi dello stesso Miur sugli iscritti 2003/04 e gli iscritti 2004/05), possiamo concludere che questo passaggio ha ridotto in un anno di 65.575 unità la popolazione scolastica del paese in grado di raggiungere il diploma.   2.2 le modifiche proposte dalla legge 30/00 e quelle introdotte dalla legge 53/03In considerazione della debolezza strutturale di questo snodo sia la cosiddetta riforma Berlinguer che la cosiddetta riforma Moratti hanno concentrato lo sforzo di ingegneria scolastica sul ripensamento del biennio iniziale della scuola superiore.A ben vedere, infatti, tutta la costruzione della legge 30/00 (la riforma Berlinguer appunto) era finalizzata a portare dentro il sistema obbligatorio di istruzione tutti gli studenti almeno sino ai quindici anni, riducendo per questo di un anno il percorso della scuola di base (elementari+medie) e definendo un biennio comune a tutti gli indirizzi superiori caratterizzato da una  componente prevalente di materie di cultura generale, biennio riservato appunto ai 14-15enni, per evitare da un lato un inserimento precoce sia nella formazione professionale che nel mondo del lavoro, dall’altro una permanenza forzata nel sistema di istruzione di adolescenti maturi (16enni). Come sappiamo il modello non solo non è mai stato avviato, ma fu compromesso dalla legge 9/99, che, in attesa del varo della riforma, elevò l’obbligo scolastico a 15 anni senza introdurre il biennio comune e soprattutto senza ridurre il primo ciclo, con il risultato dell’inutile frequenza obbligatoria del primo anno della vecchia scuola superiore e del danneggiamento dei centri di formazione professionale, che si videro privati di un’intera leva di iscritti.La legge 53/03 ha cancellato questo impianto scegliendo tutt’altra strada e a ben vedere questo è uno dei pochi punti in cui le due proposte di riforma divergono nettamente: l’impianto dell’attuale riforma risolve il problema elevando al rango delle scuole i percorsi di formazione professionali attraverso una triplice azione: il prolungamento a tre anni del primo titolo rilasciabile (sino ad ora esistevano percorsi biennali di formazione), il trasferimento su questo canale di parte degli istituti scolastici professionali e l’individuazione di livelli essenziali di prestazione specifici di questo segmento. 2.3 la sperimentazione in atto con le regioniCome è accaduto per la legge 30/00, anche la legge 53/03 ha dovuto però fare i conti con un periodo transitorio. Infatti, nell’entrare in vigore, il provvedimento legislativo ha abrogato la legge 9/99 ponendo un problema di vuoto normativo per chi, finita la terza media, era in teoria di nuovo prosciolto dall’obbligo scolastico, ma rimaneva sottoposto sia all’obbligo formativo (abrogato solo con l’entrata in vigore del decreto sul diritto-dovere all’istruzione due anni più tardi) sia alla normativa che vieta a chi ha meno di 15 anni di poter lavorare. Nel frattempo, però, la gran parte dei corsi di formazione professionale si erano strutturati a partire dal secondo anno della scuola superiore e quindi vi è stata la necessità di un accordo quadro tra Miur, Ministero del Lavoro e Regioni per consentire a questi studenti di poter continuare a ricevere un’offerta formativa al di fuori del sistema di istruzione.Il protocollo di intesa, firmato il 19 giugno 2003 in sede di Conferenza Stato Regioni, ha però solo in parte recepito l’impianto che la legge 53/03 aveva in mente, in quanto ha lasciato di fatto le singole regioni libere di organizzare i percorsi secondo la propria tradizione e le risorse che avevano a disposizione.Tra le diverse soluzioni normative provvisorie adottate dalle regioni in attesa dell’applicazione della legge di riforma e tuttora vigenti si possono individuare, con una forte semplificazione, due linee guida.La prima, che ha come modello la legge regionale sul sistema di istruzione e formazione dell’Emilia Romagna, prevede in sostanza un biennio iniziale che può essere articolato in esperienze formative che si svolgono mediante intese tra le scuola e i centri di formazione professionale, con almeno il primo anno di frequenza di entrambe le realtà.La seconda linea, che possiamo delineare sullo schema adottato dalla Regione Lombardia, prevede invece la creazione di percorsi di qualifica professionale triennali sia negli istituti tecnici e professionali che nei centri di formazione professionale, con percorsi formativi differenti che portano tuttavia al medesimo titolo finale. Altre regioni hanno individuato percorsi più o meno originali rispetto a questi, ma l’importanza di queste due impostazioni è soprattutto legata alla natura politica che esse potrebbero assumere, in quanto i due modelli fanno riferimento a due assessori di una certa autorevolezza negli opposti schieramenti politici se non altro perché provengono dai due partiti maggiori all’interno degli stessi. 

 
3. I POSSIBILI SVILUPPI 3.1 un iter complicatoA questo punto il decreto di riforma rischia di dover fare i conti con i modelli già esistenti di assolvimento di quello che oggi è appunto il dovere di istruzione e formazione e di venir condizionato dagli stessi. Se infatti il decreto, per la sua approvazione definitiva, dovrà ricevere un parere preventivo dalla Conferenza Stato-Regioni, in quella sede non si potrà non tenere conto delle regioni che non hanno previsto percorsi triennali di qualifica in parallelo al biennio dei nuovi licei. Inoltre l’asimmetria tra i due canali (biennio liceale e triennio di formazione) rischia di vanificare la definizione dei crediti valevoli per l’auspicata osmosi tra i due percorsi. Infine la schiacciante maggioranza dell’Unione nei governi regionali potrebbe portare ad una serie di provvedimenti istitutivi del percorso di formazione e istruzione professionale secondo il modello emiliano, che tra l’altro è già stato giudicato congruente rispetto alla legge 53/03 dalla Corte Costituzionale, creando un palese conflitto normativo tra leggi regionali e decreto del governo. 3.2 Ia posizione di ConfindustriaLa complessità della partita sul livello istituzionale è poi acuita dal vivace dibattito che si è sviluppato attorno al decreto nelle parti sociali, e dalla totale contrarietà al provvedimento da parte dell’opposizione in Parlamento.Spicca tra le parti sociali la posizione di Confindustria, più volte espressa dal Vicepresidente con delega ai problemi della formazione G. Rocca.Secondo Rocca il limite delle precedenti bozze di decreto era rappresentato dal rischio di una eccessiva ‘licealizzazione’ del sistema, con la conseguente perdita di quel canale privilegiato della formazione dei quadri aziendali costituito dagli istituti tecnici.Da qui l’insistenza per una caratterizzazione in forma professionalizzante dell’evoluzione di questi istituti rappresentata dai nuovi Licei Tecnologici e per uno stretto collegamento dei medesimi al sistema della formazione attraverso i cosiddetti “campus”, ovvero centri di istruzione e formazione nei quali si trovino a convivere percorsi liceali e percorsi di formazione e istruzione professionale.Tale auspicio è stato accolto nell’ultima bozza di decreto nel quale si apre ai “campus” (art. 1 comma 14) con il conseguente gradimento dell’organizzazione, di cui Rocca si è fatto subito portavoce: “Sarà necessario uno stretto collegamento con il territorio, anche attraverso i centri polivalenti per favorire una vera e consistente autonomia delle scuole e per facilitare il colloquio con le imprese” (dal comunicato stampa in occasione del varo del decreto).  3.3 Ia posizione dell’UnioneL’idea del ‘Campus’ tuttavia rischia di ingenerare un equivoco pericoloso, che si salda con quello che si va alimentando nelle file dell’opposizione.Quello che infatti viene contestato alla riforma da parte dell’attuale minoranza parlamentare è di creare due percorsi solo sulla carta paritetici, ma in realtà gerarchicamente organizzati in chiave meritocratica, ovvero il tentativo di operare una precoce selezione tra coloro che sono destinati ad avere successo negli studi (percorso liceale) e coloro che non riusciranno ad averlo (percorso della formazione e istruzione professionale).Il ‘campus’ avvalora involontariamente questa tesi, lasciando pensare ad una facile mobilità tra i due canali, in grado di evidenziare rapidamente le problematiche di apprendimento di chi ha scelto il percorso liceale per riorientarlo su quello professionale all’interno dello stesso istituto.Da qui la tendenza, prevalente nei partiti dell’Unione, a contestare questa impostazione chiedendo sostanzialmente il ritorno al modello della legge 30/00, ma senza la riduzione del percorso di base e, quindi, con il prolungamento dell’obbligo scolastico ad almeno 16 anni.  4. LO SCOGLIO DELL’OBBLIGO 4.1 un falso problemaL’idea che sia l’innalzamento dell’obbligo scolastico e quindi la permanenza di tutti gli studenti nel sistema di istruzione sino a 16 anni la risposta adeguata al problema della debolezza del biennio della scuola superiore è tuttavia priva di qualsiasi fondamento.Non a caso infatti la legge 30/00 abbassava a 15 anni il periodo di permanenza obbligatoria nella scuola uniformando di fatto i percorsi dei diversi indirizzi in una proposta prevalentemente di cultura di base.Ora invece, estendere a tutta la popolazione scolastica il sistema dei licei così come li delinea la legge 53/03 significherebbe non dico aumentare ma certamente cristallizzare l’attuale dispersione.Non è con l’obbligo che si può affrontare il problema, ma con il ripensamento dei percorsi di formazione e valutazione degli studenti e questo può e deve avvenire sia nei futuri licei che nei futuri percorsi di istruzione e formazione, attraverso quella personalizzazione dell’offerta formativa che, con diverse diciture, costituisce un punto di convergenza delle due proposte di riforma che in questi anni si sono succedute. 4.2 il destino della Formazione professionaleIl ripensamento dell’offerta formativa deve quindi coinvolgere anche l’attuale formazione professionale, che sta scontando una crisi settoriale dovuta certamente agli effetti della legge 9/99, ma soprattutto alle mutate esigenze del principale finanziatore di questo settore, le Regioni, che attraverso il sistema dei corsi finanziati dal Fondo Sociale Europeo hanno spinto sempre di più su un’offerta formativa flessibile e strettamente collegata alle momentanee esigenze del mondo produttivo.La mia impressione è che tale impostazione porti con sé il rischio dell’implosione del sistema, con la prossima riduzione dei fondi europei in virtù dell’allargamento dell’Unione, e di una forte precarizzazione del personale storico dei centri, poco riconvertibile alle nuove discipline richieste, ma soprattutto sia molto distante da quell’idea di percorsi di pari dignità che la legge 53/03 introduce e che deve essere assolutamente garantita, pena la divisione meritocratica tra i due segmenti.Come può infatti una formazione professionale condannata a inseguire i bandi e le richiese delle aziende e degli enti locali garantire tre anni di percorso formativo in grado di completare la formazione di base dello studente e di introdurre una prima specializzazione professionale, come di fatto si impone se si vuole che questo percorso non risulti culturalmente penalizzante rispetto a quello liceale?Del resto i dati delle iscrizioni stanno confermando questo rischio, in quanto assistiamo ad una fuga verso i licei di quanti intendono proseguire negli studi e ad un aumento delle iscrizioni nei corsi biennali e triennali di formazione a discapito degli istituti tecnici e professionali, ovvero con un’opzione verso una veloce uscita dal percorso formativo di chi di fatto si sente inadeguato al tipo di offerta sino a quel momento ricevuta. In questo modo non si potrà evitare il perpetuarsi dell’attuale modello, che vede la scuola superiore destinata a chi, per dirla con Starnone, “è nato per studiare” e la formazione destinata a chi “è nato per zappare”. 4.3 l’obbligo di sapereA mio modesto avviso, invece, occorrerebbe sostituire i numerosi obblighi, diritti, doveri di istruzione e formazione presenti nelle varie riforme con l’unico, decisivo, ‘obbligo di sapere’. Ovvero la garanzia per tutte le ragazze ed i ragazzi della Repubblica di arrivare a 16anni con un bagaglio di conoscenze adeguato ad evitare l’emarginazione culturale nel mondo che li attende. Questa deve essere la ‘mission’ del biennio 15-16anni del nostro sistema di formazione, indipendentemente da chi a da dove esso si sviluppi. I 65.000 ‘dispersi’ dello scorso anno non sono un problema perché rischiano di non avere né un diploma di scuola superiore né una qualifica professionale, ma perché rischiano di non diventare cittadini consapevoli della nostra Repubblica. 

* Dirigente di scuola paritaria - giuseppebonelli1@virgilio.it

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