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Nuova legge elettorale: quale orizzonte nel lungo periodo?

 

di Gianni Saonara

 

Premessa

 

E’ opportuno ricordare, in premessa e per i troppi elettori che non hanno sinora colto le differenze,

che la legge 21 dicembre 2005, n. 270 ridisegna le "mappe" della geografia elettorale del Paese. Al posto dei collegi uninominali, nei quali finora si votava il candidato "accompagnato" dai simboli dei partiti o dello schieramento collegato, arrivano le circoscrizioni. Si tratta di 26 ampie porzioni di territorio (più la Val D'Aosta), nel quale ogni partito propone il suo simbolo e il suo listino di candidati. Listino che prefigura, di fatto, già i candidati eletti.

 La ripartizione dei seggi avviene su base proporzionale: più voti si prendono, più deputati quel partito porterà a Montecitorio. Tecnicamente, questo risultato sarà il frutto di un calcolo che terrà conto di quanti voti la singola lista ha preso in tutta Italia, di quanti voti ha preso in ogni circoscrizione, e di quanti sono gli eletti che ciascuna circoscrizione esprime.

Non si possono esprimere preferenze tra un candidato e l'altro: le liste che i partiti propongono agli elettori sono di fatto "bloccate" (se quel partito prende 10 deputati, entrano i primi dieci, e così via).

Naturalmente sono previste presenze multiple (la stessa persona candidata in più circoscrizioni…) e calcoli sugli eventuali “ripescaggi” di candidati che risulterebbero esclusi, ma poi riappaiono in virtù di opzioni (su questa o quella circoscrizione) o in virtù della promessa incompatibilità tra mandato parlamentare e mandato di governo (sarà proprio così? Mah)
Ci sono altri dati su cui riflettere.

La nuova legge elettorale prevede tre soglie al di sotto delle quali i voti vengono sostanzialmente "neutralizzati".

 

 La prima è stata fissata per spingere i partiti a costruire coalizioni il più ampie possibile: se la somma dei partiti coalizzati tra loro non raggiunge il 10%, quella coalizione non porterà deputati in Parlamento. La seconda soglia è stata invece immaginata per spingere i partiti a coalizzarsi: le formazioni che, presentandosi al di fuori di ogni alleanza (come fece la Lega nel 1996) non raggiungono il 4% dei suffragi, restano fuori da Montecitorio. Più bassa infatti la soglia per i partiti che si coalizzano: i partiti che, pur alleandosi con altri, non arrivano al 2%, resteranno fuori dalla Camera.
Con lo scopo di garantire alla coalizione vincente una maggioranza di seggi in grado di governare, il legislatore stabilisce, infine, che lo schieramento che ha ottenuto più seggi avrà il cosiddetto premio di maggioranza. Tradotto in numeri, vuol dire che se la coalizione vincente non arriva a 340 seggi, gliene verranno assegnati tanti quanti ne mancano per arrivare a questa cifra. Che garantisce un margine di 25 deputati in più della maggioranza assoluta (316 parlamentari) dell'assemblea di Montecitorio.


La nuova legge elettorale di impianto proporzionale cambia anche i criteri di elezione dei membri del Senato della Repubblica. Anche in questo caso spariscono i collegi uninominali e i relativi candidati, per dare spazio a liste di partiti e liste "bloccate". Cambiano però, rispetto alle regole previste per l'elezione dei deputati, le soglie "di sbarramento". E, soprattutto, diversa è la modalità di ripartizione dei seggi.

L'assemblea di palazzo Madama sarà eletta, come quella di Montecitorio, in modo proporzionale: più voti prende un partito, più senatori elegge. Ma, a differenza di quanto accade alla Camera, dove la ripartizione tiene conto di quanti voti ha preso un determinato partiti in tutta Italia, la ripartizione dei seggi avverrà su base regionale. Vale a dire che ogni regione, proporzionalmente a quanti voti presi dai singoli partiti, eleggerà un certo numero di parlamentari.
Anche le soglie sono calcolate su base regionale. In altre parole, se la media nazionale di un partito supera la soglia prevista, quel partito potrebbe non raggiungerla in una certa regione. E ciò significa che in quella regione i suoi voti non serviranno ad eleggere alcun senatore.

Per l'elezione dei senatori le soglie sono diverse da quelle fissate per la Camera. In ogni regione restano fuori: le coalizioni che non arrivano a prendere il 20% voti; i partiti non coalizzati che non raggiungono l'8% dei voti; i partiti coalizzati che restano sotto allo sbarramento del 3% dei suffragi.
Anche il premio di maggioranza, che per la Camera viene assegnato tenendo conto dei seggi ottenuti su base nazionale, al Senato viene assegnato su base regionale.

 

 

La legge e l’interpretazione data dai protagonisti

 

Queste norme (definite “diaboliche” da Romano Prodi e “ finalmente democratiche” da Silvio Berlusconi) hanno dato il via ad una serie di scelte, vissute tra il pathos di pochi e l’indifferenza di quasi tutti nei mesi di gennaio e febbraio 2006. Scelte fatte dalle segreterie nazionali dei partiti, che hanno distillato i dati a disposizione (elaborati dagli uffici studi elettorali) giocando non tanto la carta del consenso territoriale quanto la salvaguardia delle posizioni o il trasferimento da questa a quella circoscrizione di questo o quel candidato. Nei primi giorni qualche giornale lo ha definito “il gioco della torre” (vediamo chi resta e chi cade…). Negli ultimi qualche altro quotidiano ha parlato, aziendalisticamente, dell’improbo compito dei “tagliatori di teste” (chi ha più di due legislature, oppure tre, salvo eccezioni per le personalità eterne, oppure nessuna ma ha altri meriti…chi è salvato per meriti di partito, o per meriti finanziari, o per meriti di genere, considerata l’ingloriosa fine della legge sulle “quote rosa”…). Naturalmente sono in corso cambi di casacca, cambi di territorio, cambi di posizione (qualche gruppo ha cambiato schieramento), presentazione di simboli artificiosi e artificiali, giochetti sulle promesse e sdegnosi rifiuti di collocazione nella lista (sempre in base alle previsioni …. ). Vi sarà anche qualche “new entry”, frutto di accordi precedenti, e del ricambio forzato…

 Alla fine di questa giostra poco gloriosa vi sono anche episodi quasi divertenti. Ad esempio: il giornale della mia città ha indicato tutti i nomi dei deputati e dei senatori: 40 giorni prima del 9 aprile sappiamo già i risultati…potenza delle previsioni virtuali o inutilità assoluta non solo della campagna elettorale ma persino del voto “reale”?.

 

Non solo: l’interpretazione data dai protagonisti offre questo risultato. Per la Camera dei Deputati 17 partiti appoggiano Prodi, 16 Berlusconi; al Senato 16 formazioni sono con Prodi, 20 sono con Berlusconi. Probabile anche la presenza di altre liste, se ce la faranno a raccogliere le firme.

Ovvero: fine ingloriosa della semplificazione bipolare, trionfo della segmentazione proporzionale, ritorno alla stagione dei governi di coalizione, prove tecniche di trasformismo o “adattabilità” alle nuove situazioni (ma questo si sussurra, non si dice, anzi si nega!). E’ un quadro troppo fosco? Non credo sia così: la precedente legge elettorale (varata nel 1993, dopo 2 referendum in materia molto chiari nelle indicazioni verso un sistema prevalentemente “maggioritario”) ha avuto alcuni meriti e certo evidenti difetti di applicazione. Essendo stato deputato nella XII e XIII legislatura potrei sottolineare sia i primi che i secondi… ma questa è ormai storia passata.

 

La nuova legge sinora ha dato questi risultati: alcuni osservatori hanno già avviato riflessioni critiche assai aspre che meritano di essere considerate con molta attenzione.

 

Mauro Calise (che già nel 2000 aveva scritto Il Partito personale, Laterza) ha notato: “ L’obiettivo del partito leggero è stato centrato in pieno. Ma era il bersaglio sbagliato. O almeno, ha finito col produrre un risultato molto diverso da quello che i riformatori si erano proposti. Al declino dell’apparato di partito fondato sul circuito funzionari – militanti ha, in fatti corrisposto la crescita – ben più ipertrofica – di un partito che ha la sua fonte principale di legittimazione e di retribuzione nel circuito elettorale, e nelle cariche pubbliche ad esso direttamente collegate. Il partito dei funzionari è stato, in gran parte, rimpiazzato dal partito degli eletti”. (La Terza Repubblica, Edizioni Laterza 2006, p. 101).

 

Francesco Raniolo osserva: “Il partito elettorale diventa un partito minimo se guardato dal punto di vista organizzativo e dei rapporti con la società ma tende a diventare massimo se visto dal punto di vista istituzionale del controllo delle cariche pubbliche”. (Le trasformazioni dei partiti politici, Rubbettino 2005, p. 13).

 

Ilvo Diamanti scrive: “Le figure chiave della compagna elettorale non sono più i volontari o i militanti. Ma i consulenti di immagine (in nome della “personalizzazione” e della “mediatizzazione”) E poi: gli esperti di sondaggi. Gli spin doctor (super consulenti…). Accanto ai responsabili centrali dell’organizzazione di partito.

La presenza politica sul territorio rischia di desertificarsi: Perché non c’ è motivo, non c’ incentivo che spinga partiti e candidati ad andare sul territorio. Incontro alla società.

I partiti, in conclusione, in questa fase tendono ad agire come macchine elettorali centralizzate, fondate su leadership personalizzate, largamente autonome e indifferenti, rispetto alla società. In grado di riprodursi - secondo il modello del partito di cartello delineato da Richard Katz e Peter Mair – perché il loro controllo sulle risorse, sul potere istituzionale e mediatico è forte e si allarga”. (il testo completo è su La Repubblica di domenica 26 febbraio 2006).

 

Qualche anno fa, all’annuale convegno della Società Italiana di Scienze Politiche, ascoltai con attenzione la lieve annotazione dell’inventore della Margherita (quella vera), l’attuale presidente della Provincia autonoma di Trento, Lorenzo Dellai.

Ovvero: “ Politici e politologi raramente vanno d’accordo”. E’ proprio così: la legge elettorale ha dato il via ad interpretazioni mediocri, i politologi stanno rilevando le contraddizioni, i “politici” proseguono, sperando che il 10 aprile le “sentenze” siano chiare…ma il rischio, un po’ per tutti, è diventare “prigionieri” del pensiero consolidato ed anche autoreferenziale: i professori di scienza politica perennemente critici, i partiti perennemente in sella. O no?

 

 

L’orizzonte come …. cantiere!

 

Questi, ed altri possibili sentieri, conducono ad alcune note finali volutamente schematiche:

 

1.       Il profilo del nuovo Parlamento si capirà, ovviamente, a urne aperte. Le tabelle di previsione basate sulle serie 2001/2004/2005 (elezioni politiche, europee, regionali) danno una massa preziosa di indicazioni, ma l’elettore è e resta sovrano, e può determinare anche sorprese. Relative, ma sempre da studiare con attenzione.

2.       I nuovi parlamentari avranno subito appuntamenti probanti nell’agenda: elezione del Presidente della Repubblica, attività di sostegno nelle importanti consultazioni amministrative di maggio, referendum sulle modifiche relative alla II parte della Costituzione. Si vedrà praticamente subito come interpretano il loro ruolo…

3.       Allo stesso modo sarà di grande interesse la composizione dei gruppi parlamentari, la prevalenza – o meno – di logiche di “distinzione”, quasi incomprensibili alle note di cronaca, assai più comprensibili nelle pieghe dei regolamenti parlamentari e dei contributi finanziari stabiliti dai regolamenti stessi.

4.       A luglio 2006 il quadro sarà definito, non solo per il profilo del governo, ma anche per l’agenda parlamentare: se le Commissioni Affari Costituzionali delle Camere cominceranno a lavorare sulla modifica della legge elettorale il messaggio sarà chiaro. In assenza…il messaggio sarà altrettanto chiaro!

5.       Può essere di grande utilità, non solo culturale, osservare l’agenda dei partiti da luglio in poi. Quali appuntamenti, quali modalità organizzative, quali verifiche di metodo democratico interno. Spesso su questi argomenti non si è ragionato con la necessaria attenzione critica, quasi che tesseramenti gonfiati e congressi fasulli, già decisi su tavoli ignoti non fossero che un piccolo danno collaterale…Lo scenario, invece, è cambiato nel corso del 2005 e con queste elezioni cambierà ancora, comunque vadano. Chi perde ristruttura la propria offerta, chi vince sarà comunque costretto ad aprire cantieri…conoscere bene questi cantieri può essere di grande utilità. Sia per intuire il futuro dei partiti in ambito nazionale, sia per partecipare (se e come) alla loro attività in ambito territoriale (se ci sarà ancora…).

6.       In particolare l’esercizio pare necessario per le realtà associate, formali o informali, attive nel tessuto sociale e civile di questo nostro paese. A fine febbraio un editoriale del settimanale “Vita” lanciava amari moniti e lasciava presagire orizzonti impervi per le rappresentanze intermedie. La tentazione è chiara: essere gregari può forse risultare più appagante che essere innovatori o profetici…si campa!

7.       E’ evidente che tutto questo interpella sia chi propone itinerari di formazione (che non possono essere indifferenti agli esiti dei cammini) sia chi elabora/sperimenta categorie vitali quali quella della sussidiarietà. Non si possono chiudere gli occhi dinanzi ai mutamenti, ai blocchi, alle logiche di autoconservazione…altrimenti si costruisce una formazione quasi astratta dalle vischiosità della storia concreta, e si fanno al mattino convegni e relazioni sui “valori”, e il pomeriggio azioni lobbistiche mirate, obliando il bene comune.

8.       Soggetti di questi cantieri potranno essere singoli (non necessariamente scontenti e innamorati del mugugno individuale…) ma anche gruppi. Non a caso le liste civiche sono state “costrette” a non essere presenti a queste lezioni, ma pure esistono in massima parte degli 8000 comuni italiani. Ovviamente sono assolutamente eterogenee e difficilmente coordinabili. Però possono essere spazio di sperimentazione, e non solo.

9.       Il punto di arrivo potrebbe essere il conoscere e applicare meglio tutti gli strumenti della democrazia partecipata e deliberativa:potrebbe apparire un percorso lungo e poco funzionale alle prassi “presidenziali” cui anche i simboli che troveremo sulla scheda sembrano ricondurci. Ma se rileggiamo gli articoli 48 - 54 della nostra Costituzione forse ri-troviamo motivi di costruzione comunitaria e di impegno sociale nel lungo periodo…e alle derive del marketing potremmo ragionevolmente replicare con gli approdi della responsabilità.

Padova, 2 marzo 2006

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