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I cattolici "per una nuova cittadinanza attiva"
di Padre Bartolomeo Sorge - novembre 2009
In questo contesto di vuoto progettuale e culturale, i cattolici possono cogliere il momento opportuno per una iniziativa efficace di rinnovamento. L'occasione è offerta dal nuovo quadro politico, nel quale è finita per sempre la «questione cattolica» come l'abbiamo conosciuta in Italia per un cinquantennio. È infatti mutato il rapporto dei vescovi, ad intra, con i fedeli laici impegnati in politica e, ad extra, con le istituzioni dello Stato. La Gerarchia, anche in Italia, svolge con impegno il suo compito di formare le coscienze e di riaffermare il primato dei valori morali e sociali alla luce del Vangelo e della dottrina sociale della Chiesa. Allo stesso tempo - come ha spiegato il presidente della CEI, card. A. Bagnasco, al Meeting di Rimini (24 agosto 2008) -, pur non essendo un soggetto politico, la Chiesa si interessa alla res publica ed è «capace di partecipare alla vita politica nel segno della democrazia e della verità».

I cattolici italiani, da parte loro, militando ormai in tutti i partiti, a destra e a sinistra, sono investiti di una responsabilità nuova. A essi si richiede che siano cittadini e cristiani «adulti». «Il compito immediato di agire in ambito politico per costruire un giusto ordine nella società - come aveva ricordato Benedetto XVI al Convegno ecclesiale nazionale di Verona (19 ottobre 2006) - non è [...] della Chiesa come tale, ma dei fedeli laici, che operano sotto propria responsabilità: si tratta di un compito della più grande importanza, al quale i cristiani laici italiani sono chiamati a dedicarsi con generosità e con coraggio, illuminati dalla fede e dal magistero della Chiesa e animati dalla carità di Cristo».

In questa circostanza, grazie alla quale la presente crisi di fiducia dei cattolici può trasformarsi in «un momento favorevole» di rinnovamento, emerge la domanda che essi non possono non porsi (insieme a tanti altri cittadini): possibile che non vi sia nessun'altra strada per fare una «buona politica», oltre a quelle finora sperimentate e risultate inadeguate? Può essere d'aiuto ricordare un inciso della Gaudium et spes (n. 76) relativo all'impegno politico dei cattolici.

Dopo aver ribadito la «chiara distinzione tra le azioni che i fedeli compiono in proprio nome, come cittadini, guidati dalla loro coscienza cristiana, e le azioni che essi compiono in nome della Chiesa in comunione con i loro pastori», il documento conciliare specifica come le attività temporali che i fedeli laici compiono «in proprio nome» possono essere svolte o «individualmente» (da soli) o «in gruppo» (insieme ad altri).

Bisogna, quindi, da un lato incoraggiare l'impegno dei singoli cattolici, debitamente formati, all'interno dei diversi soggetti politici; ovviamente sarà cruciale la loro capacità di discernimento, perché dinanzi a ogni scelta sappiano comportarsi sempre da cristiani responsabili e coerenti. D'altro lato, è altrettanto auspicabile che altri cattolici scelgano invece di impegnarsi «in gruppo» - ben lontani dall'innalzare steccati -, unendosi cioè tra di loro e con quanti condividono i valori di ispirazione cristiana e di democrazia laica, ritenendo di poterli affermare più efficacemente, evitando il rischio, purtroppo molto concreto, di essere zittiti o di divenire insignificanti all'interno di soggetti politici dove un vero confronto è spesso impossibile o infruttuoso.

L'importante è che i cattolici non si rassegnino a svolgere soltanto un ruolo pre-politico, rifugiati in ambiti di impegno sociale e culturale, ma accettino l'impegno politico come servizio a vantaggio esclusivo del bene comune.

Il problema non nasce oggi. Se lo ponevano già, molti anni fa, i vescovi italiani in un documento che conserva ancora tutta la sua importanza: La Chiesa italiana e le prospettive del Paese (1981). Di fronte ai grandi cambiamenti che cominciavano a profilarsi all'orizzonte, il Consiglio Permanente della CEI si interrogava sul possibile superamento della DC: «Oggi più acutamente si avvertono gli inevitabili limiti e un certo logoramento di tale esperienza [l'unità dei cattolici nella DC] e non manca chi si appella al pluralismo per orientare su strade diverse l'impegno dei cristiani. Noi sappiamo bene che non necessariamente dall'unica fede i cristiani debbono derivare identici programmi e operare identiche scelte politiche: la loro presenza nelle istituzioni potrebbe legittimamente esprimersi in forme pluralistiche» (nn. 36 s.).

Queste non hanno una forma predefinita, possono assumere i connotati dei «laboratori politici», oppure di gruppi di lavoro e di confronto sui valori e sulle scelte concrete per meglio attuarli.

Ciò che più colpisce, a molti anni di distanza, è l'ipotesi che i vescovi facevano di fronte all'indebolimento della DC. Non invitavano i cattolici italiani a rinnovare la loro unità politica; ma, esclusa decisamente ogni forma di assenteismo, avanzavano un'ipotesi - ancora tutta da esplorare - per molti aspetti simile all'intuizione sturziana di un'«area popolare democratica»: aperta a tutti i «liberi e forti», credenti e non credenti, che condividano valori e ideali; da costruire dal basso, a partire dal territorio, coinvolgendo i mondi vitali della società. «C'è innanzi tutto da assicurare presenza - afferma il documento -. L'assenteismo, il rifugio nel privato, la delega in bianco non sono leciti a nessuno, ma per i cristiani sono peccato di omissione.

Si parte dalle realtà locali, dal territorio. E si è partecipi delle sorti della vita e dei problemi del Comune, delle circoscrizioni e del quartiere: la scuola, i servizi sanitari, l'assistenza, l'amministrazione civica, la cultura locale. Ci si apre poi alla struttura regionale, alla quale oggi sono riconosciute molte competenze di legislazione e di programmazione. Così la presenza si estenderà anche ai livelli nazionale, europeo e mondiale, e potrà avere efficacia. È sbagliato, infatti, contare solo sui tentativi di rifondazione o di riforma che vengono dai vertici della cultura ufficiale e della politica» (n. 33).

No, dunque, a una nuova DC; no a una presenza puramente «profetica», solo culturale o pre-politica. I cattolici dovranno impegnarsi per una nuova «cittadinanza attiva» - termine chiave dell'ultima Settimana Sociale -, attraverso un impegno la cui ricaduta sia politica. Perciò, non si dovrà determinare dall'alto il cammino, né si dovranno definire a tavolino i nuovi organigrammi.

Occorre muovere dal basso, dalle attese di chi aspira a una politica fondata su ideali forti, ma vicina ai problemi quotidiani della gente e attenta a quanto di nuovo nasce e fermenta nel vissuto delle città e del territorio.

La sfida per i «cattolici delusi ma non rassegnati» sta proprio qui: coinvolgere le risorse civiche esistenti sul territorio per affrontare insieme le gravi sfide che interpellano il Paese a livello sociale, istituzionale, politico ed economico, mantenendo un saldo riferimento ai valori della Costituzione, della democrazia laica e dell'insegnamento sociale cristiano.

In che modo tutto questo possa prendere forma è ancora da esplorare. Può giovare citare un esempio, costituito da due gruppi (Italia popolare e Area popolare democratica) che, in un Convegno tenutosi a Torino il 5 luglio 2008, hanno deciso di mettersi insieme.

Nel documento finale si sottolinea che l'iniziativa è aperta a «quanti, in vario modo, sono riconoscibili per eguale volontà di servizio e per tensione sociale unitaria ad assumere questo spirito di ricerca delle affinità civiche ed etiche e a mobilitarsi sul territorio, per dar vita a una realtà più ampia dove esse stesse e realtà civiche e popolari che condividono la stessa analisi, potranno confluire ricostituendo una triplice autonomia di analisi, valutazione e azione.

Per indicare provvisoriamente questa esperienza, si è ricorsi all'espressione INCIPIT, un acrostico che riproduce la parola latina che sta per "inizio" e significa: Intesa Civica Popolare Italiana.

L'aspetto civico richiama la matrice autonomista e municipalista del popolarismo; l'italianità sottolinea l'unità della nazione e il vero senso del federalismo, che dal molteplice e dalla ricca pluralità forma il mosaico unitario. INCIPIT [...] è anche simbolo della consapevolezza che in ogni momento si comincia sempre il cammino mai compiuto e soddisfacente, eppure aperto all'avvenire».

Si tratta di un esempio che qualcosa di nuovo è ancora possibile, ma soprattutto che è possibile rinnovare l'impegno e il dialogo tra quei cattolici che militano individualmente nei partiti e quei cattolici che stanno cercando altre forme di impegno politico, affinché non venga meno alla società il contributo specifico di cui sono portatori. Sperando, come il Papa ha chiesto a Cagliari il 7 settembre 2008, che cresca «una nuova generazione di laici cristiani, capaci di cercare con competenza e rigore morale soluzioni di sviluppo sostenibile».

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