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Un Paese difficile
di Ernesto Preziosi – Giugno 2009
Guardato nel suo insieme, il responso delle urne ci fornisce un quadro politico su cui è utile riflettere. Intanto non si sono registrate sostanziali variazioni, ma si hanno cambiamenti nella composizione e negli equilibri politici interni agli schieramenti.

Dissolte le attese plebiscitarie della destra, viene confermata una netta prevalenza delle attuali forze di governo rispetto allo schieramento di centrosinistra. Anche se, nell’insieme, si ha un indebolimento sia del Pd che del Pdl, con una perdita sul totale degli aventi diritto: flessione pari, rispettivamente, a 4 e 3 milioni di voti. Se accanto a questo dato si considera l’aumento registrato dall’Italia dei Valori e dalla Lega, si possono formulare due considerazioni: la prima è il parziale indebolimento dell’idea del partito unico che trova una netta controindicazione. Una seconda considerazione è il radicamento delle forze meno moderate, i cosiddetti partiti “di lotta e di governo”, caratterizzati da proposte e accenti radicali, poco inclini alla sintesi, ma molto attenti e abili nell’intercettare le domande del territorio. Accanto a questo dato si registra l’aumento limitato di consensi da parte del centro rappresentato dall’UDC.

Questi dati sottolineano le difficoltà di un quadro politico sostanzialmente bloccato dove le parti in causa non riescono a raccogliere consensi significativi né sulla strada di un bipolarismo tendenzialmente bipartitico, né nell’articolazione di un quadro tripolare.


Uno sguardo ai Paesi dell’Unione

Sul voto europeo pesa la scarsa partecipazione dei cittadini europei alle elezioni del parlamento di Strasburgo,che ha raggiunto il minimo storico del 43 %, ed anche in Italia si è registrato un aumento rilevante dell'astensionismo.

Nei principali Paesi dell'Ue le forze moderate, conservatrici, di centro-destra mantengono le loro posizioni (Germania e Italia) o le migliorano (Francia, Gran Bretagna, Spagna) mentre si assiste quasi ovunque (fatta eccezione per Grecia e Paesi scandinavi ) alla sconfitta, se non al tracollo, delle forze progressiste o di centro-sinistra.

Occorrerà in proposito riflettere sulla crisi sempre più evidente non solo del socialismo, ma della stessa socialdemocrazia, e guardare con attenzione a ciò che di nuovo e più moderno può nascere nel campo riformista e, potremmo dire, da quello della giustizia sociale.
Con preoccupazione si deve sottolineare, tra le forze di destra, che di fatto hanno eroso i consensi ai vari partiti popolari, la presenza di partiti di estrema destra di stampo nazionalista e xenofobo. L’Europa è sempre più orientata a destra. Non è certamente un dato nuovo: la consapevolezza che quello che è avvenuto in Italia negli ultimi anni non fosse un fenomeno isolato ma un cambiamento che coinvolgeva il più ampio orizzonte comunitario era cosa nota. D’altro canto, considerati i danni generati da anni di speculazione finanziaria sull'economia e sulla politica, dovute alla visione liberista dei governi conservatori, questi risultati potrebbero stupire, anche se incredibilmente sono stati gli esponenti dei partiti conservatori ad alzare la voce, per primi, contro le speculazioni della finanza a favore di nuove regole in campo economico, del commercio internazionale, a tutela di diritti dei lavoratori e dell'ambiente e di un intervento dello stato capace di porre limiti alle leggi di mercato.

Il forte assenteismo nel voto europeo afferma in ogni caso seri motivi di preoccupazione.

Sul voto cattolico o meglio dei cattolici

Qualche considerazione dovremo fare anche a proposito del voto espresso dai cattolici. Si tratta di un aspetto particolare dei risultati elettorali, ma un aspetto di un certo interesse anche perché si tratta di monitorare l’evoluzione di un fenomeno. Mi riferisco al fatto che, dopo la fine della tendenziale unità politica dei cattolici è necessario osservare con attenzione la propensione elettorale dei credenti. È una riflessione da fare a partire da alcuni dati.

Avanza di un punto Casini. Il Pd perde voti a favore di tutti gli altri partiti salvo il Pdl il quale a sua volta cede voti alla Lega e (pochi) all'Udc. Il Pdl è più penalizzato dalle astensioni che dai voti espressi, il Pd da tutti e due questi elementi.

I vertici ecclesiastici si sono ripetutamente dichiarati contrari alla politica del governo nei confronti dell'immigrazione e, nonostante una certa mobilitazione in alcuni casi in favore dell'Udc, i risultati, va riconosciuto, sono stati piuttosto modesti.

Una valutazione attendibile stima in 700mila voti lo spostamento verificatosi a seguito di queste “raccomandazioni”. In realtà un 20% dei voti cattolici ha scelto di astenersi rispetto a precedenti votazioni in favore del Pdl.
Interessante in proposito è un’analisi del voto fatta dal “Centro studi sulle nuove religioni”. Dalla ricerca risulta che il 75,4% dei cattolici praticanti ha confermato la scelta del Pdl mentre il 24,6% non lo ha fatto.

Fra gli elettori cattolici praticanti che hanno abbandonato il Pdl, il 53,3% si è astenuto, il 21,6% ha votato Udc, il 20,1% la Lega mentre pochi si sono spostati verso il centro-sinistra (1,9% al Pd e 1,5% all’Idv). Tra i motivi della disaffezione verso il Pdl, su cento elettori cattolici praticanti che non hanno riconfermato la fiducia, il 12,5% cita come motivo i comportamenti personali del premier e il 10,4% vicende locali (principalmente in Sicilia), altre cause sono la preoccupazione di fronte a dichiarazioni su Chiesa, vita e famiglia di esponenti del PdL, con riferimento in particolare a Gianfranco Fini.

Guardare avanti

Alla luce dei dati una riflessione si impone: mi riferisco alla necessità di considerare non solo la propensione elettorale dei cattolici, quanto il loro impegno politico all'interno delle istituzioni e delle stesse forme partitiche. Il quadro generale offerto dalla recente consultazione elettorale, con il suo accentuato messaggio di astensione-sfiducia verso la politica, dovrebbe far suonare un campanello di allarme. È evidente che il problema non riguarda solo i cattolici ma tutte le persone di buona volontà preoccupate per la tenuta democratica e per la possibile convivenza pacifica e solidale. Così come è vero che i credenti dovranno fare la loro parte.
Ciò che pare mancare nell'attuale panorama politico è infatti una proposta di maggior respiro, una proposta davvero nuova e lungimirante capace di dare speranza e di catalizzare consensi.

Ha notato il cardinal Peter Erdo, primate di Ungheria e Presidente del Consiglio delle Conferenze Episcopali d'Europa come "Un astensionismo così massiccio sta ad indicare che la complessità della politica impedisce lo sviluppo del senso di responsabilità dei cittadini. È compito di noi credenti rafforzare la presenza del cristianesimo nella società e testimoniare che la fede è una chance per tutti". Vi è allora uno spazio da occupare. È uno spazio di servizio e non di potere, è lo spazio di chi, alla luce del Vangelo, e dell'insegnamento sociale della Chiesa può rilanciare nel panorama grigio della politica dei nostri anni, parole di fiducia e di speranza intorno a cui costruire.

Nell'insieme, prendendo spunto anche dai risultati elettorali si evidenzia la necessità di un'azione formativa alla dimensione sociale e politica che è richiesta a tutti ma da cui la comunità cristiana non può sottrarsi. Si tratta di un'azione formativa svolta nella dimensione ordinaria (non tanto formazione degli addetti ai lavori ma del popolo di Dio). Che si avvalga dei momenti di catechesi, come dell'omelia domenicale, per far cogliere quella dimensione sociale che è imprescindibile per i credenti.

Accanto a quest'azione è necessario sostenere occasioni di studio e di vera e propria elaborazione culturale: dietro infatti alla debolezza del quadro politico attuale sta la mancanza di una cultura politica adeguata. Per questo dobbiamo augurarci che i laici cristiani impegnati all'interno dello scenario politico possano contribuire all'uscita dall'empasse attuale offrendo un contributo originale e creativo. Va da sé che il pensiero non è rivolto ad una improbabile unità politica (anche se la tensione unitiva non deve mai mancare) ma ad una maggiore generosità e alla capacità di dialogo. Più ricambio nella classe dirigente, più stima reciproca, più capacità di costruire e di trovare punti condivisibili. Potrebbe sembrare un richiamo ingenuo o utopico, ma, a ben vedere è un’esigenza che ci viene dai dati elettorali e soprattutto dal sentire della gente.

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