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Una parola su di noi, cioè sul soggetto che ha preso l’iniziativa di questo incontro-dibattito.
Siamo gli ulivisti del PD, che si propongono di fare del PD la realizzazione e non la sconfessione del progetto originario dell’Ulivo. Sia chiaro: della sua ispirazione di fondo e della sua sostanza, pur dentro le nuove coordinate: bipolarismo maturo, soggetto politico di centrosinistra aperto e inclusivo, con vocazione generale e di governo, nitidamente alternativo al centrodestra.
In questa fase, con altri amici, abbiamo messo in cantiere alcune iniziative intestandole a una sigla che è stata bersaglio di critiche e persino di sarcasmo: “democratici per la democrazia”. Sigla tautologica, si è obiettato. Esatto, proprio così, intenzionalmente così. Si vuole appunto intendere che la democrazia non è una condizione, ma una tensione, un traguardo sempre davanti a noi.
Ma ci siamo chiamati “democratici per la democrazia” anche per un’altra, più precisa ragione: questo primo anno ha dimostrato che la democrazia fa problema nel PD, che esiste una questione democratica nel partito. Una questione che attraversa tutta la democrazia italiana ma che è particolarmente evidente nel PD, un partito che ha affidato alla qualifica di democratico la sua identità.
L’idea che ci guida è la seguente: la democrazia nei partiti, peraltro prescritta dall’art. 49 della Costituzione, è condizione e premessa della democrazia nel sistema politico. Non può esistere una democrazia fondata sui partiti se non esiste una democrazia nei partiti. E’ l’altra, connessa faccia dell’emergenza democratica che denunciamo. Una faccia che riguarda anche noi. Non si può credibilmente levare alte grida contro le derive autoritarie se non cominciamo da noi, se non diamo il buon esempio. I partiti dovrebbero anticipare nei loro comportamenti l’ideale di società che propugnano. Oggi tutta l’attenzione è concentrata su leggi elettorali che esautorano il cittadino elettore del suo diritto-potere di scelta dei suoi rappresentanti. Esagero per paradosso: potremmo anche essere meno severi sul punto se i partiti fossero democratici al loro interno, se godessero di una legittimazione larga, all’altezza dell’esorbitante potere che detengono. Purtroppo non è così.
Ispirandoci a questa idea-guida, abbiamo messo in cantiere cinque iniziative: assicurare il rispetto o meglio il ripristino delle regole interne al PD (ricorso), sostegno ai referendum contro il lodo Alfano e contro il porcellum, firme per le preferenze alle europee, riflessione e proposte sulla democrazia interna ai partiti.
L’occasione, intenzionale, è il 14 ottobre, a un anno dalle primarie del PD. Il nostro punto di vista critico è noto: sono state un’occasione sprecata, una falsa partenza. Lì affonda le sue radici l’impasse di un partito dall’identità incerta e dalla linea ondivaga. Tante linee e nessuna linea. Lì sta il vizio d’origine: la fuga da una competizione-confronto aperto tra candidati intestatari di posizioni politiche distinte e distinguibili, sostituita da un rito plebiscitario intorno al candidato pensato come unico e sostenuto più o meno opportunisticamente da tutte le vecchie oligarchie. Tuttavia, non vogliamo tornare su questo. Vorremmo fare un bilancio sereno e oggettivo a un anno dalle primarie, con l’aiuto di amici studiosi e politici.
Ai fini di tale bilancio, provo a formulare una griglia di quesiti puramente orientativi:
- che ne è di quella straordinaria domanda di partecipazione, dieci volte gli iscritti (non sempre reali) dei due partiti promotori?
- in che misura essa vive e opera negli organi che il PD si è dato? Penso alla sorte dell’Assemblea dei 2800 delegati eletti e alla Direzione nominata per quote.
- le primarie sono ancora considerate come evento e “mito” fondativo, prima e originaria fonte di legittimazione della leadership, alla luce delle discussioni e delle resistenze che si manifestano sul territorio?
- come evitare che la normalizzazione oligarchica, l’indisponibilità di sedi nelle quali discutere e decidere democraticamente di ciò che più conta (identità, missione, linea del partito, che certo non possono essere oggetto di aperto confronto e decisione in una conferenza programmatica fissata già nel vivo della campagna elettorale per le europee) produca l’anonimo abbandono o rotture traumatiche?
Sullo sfondo sta una più grande e impegnativa domanda circa la possibilità e l’opportunità di pensare a una legge sui partiti, che disciplini l’art. 49 e segnatamente il metodo democratico da esso prescritto. La circostanza che siano trascorsi sessant’anni ci istruisce circa la difficoltà della cosa. Ma che ragionarne non sia tempo perso, che approfondire la questione non sia impresa peregrina o velleitaria è dimostrato dai due contributi scritti di due autorevoli amici studiosi (Valerio Onida e Emanuele Rossi) che non potendo essere con noi ci hanno tuttavia trasmesso il loro punto di vista e il loro incoraggiamento.
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