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Meglio il silenzio del balbettio
Lettera a un amico vescovo di Franco Monaco - 23 giugno 2009

Caro padre,
qualche anno fa Le scrissi una lettera aperta per lamentare un silenzio assordante degli uomini di Chiesa a fronte di situazioni di singolare rilevanza etico-politica – povertà crescente, sistematiche violazioni della legalità, deperimento dell’ethos democratico, inquinamento morale imputabile alle tv commerciali e, buon ultima, la guerra all’Iraq a quel tempo avallata dal governo italiano – situazioni che, a avviso, avrebbero meritato una parola evangelicamente schietta e severa di illuminazione e di orientamento delle coscienze.

Nel ricordo di quella sommessa richiesta, oggi, al cospetto del limite cui si è spinto il degrado morale della vita pubblica e politica, mi verrebbe da suggerire invece il silenzio.
Mi spiego: lo spettacolo è manifestamente così degradato e degradante per chi ostinatamente non si rifiuta di guardare in faccia la realtà, da prescrivere un solo registro, quello della più severa denuncia, della vibrata condanna, in nome dei più elementari valori umani e, tanto più, in nome del Vangelo. Solo la cifra dell’invettiva propria dei profeti è all’altezza della patologia. Ogni altra parola è non solo inadeguata, ma, di più, nociva e fuorviante. Perché insufficiente, evasiva, ambigua. Accredita un giudizio minimalista, trasmette l’idea che si possa discutere laddove non c’è da discutere, ma solo da assumersi la responsabilità di un giudizio il più severo e inequivoco. Se a questo non è disposto chi dovrebbe esprimersi Vangelo alla mano, meglio tacere. Pena la dissipazione della Parola e un attivo contributo a quel relativismo etico che si nutre appunto di tali esitazioni e reticenze.

E’ una riflessione che ho fatto tra me e me nel sentire stimati vescovi e nel leggere corsivi del quotidiano cattolico che, evasivamente, si limitavano ad appelli alla sobrietà, al monito secondo il quale la bellezza non è criterio unico e decisivo per reclutare il personale politico (“anche se l’occhio vuole la sua parte”, sic), che ciascuno ha la propria coscienza e capacità di giudizio, che la questione morale ha ben altre dimensioni…e via balbettando. Solo un paio di solitari pastori hanno osato invocare chiarezza (come se le cose non fossero già chiare per chi non si rifiuta di vedere). Per tacere di “supercattolici” a giorni alterni che si sono esercitati in acrobazie del tipo: siamo tutti peccatori, il rigore morale sarebbe pelagianesimo, la coerenza è presunzione che non si conviene a chi, da cattolico, si ispira alla dottrina del peccato originale. Sino all’elogio delle virtù del peccatore, che avrebbe il merito di dare lavoro alla Grazia di un Dio altrimenti disoccupato.

Si è gridato allo scandalo, si è gettata la croce addosso a chi ha posto la più pertinente e cruciale delle questioni cui dovrebbero essere sommamente sensibili le autorità morali e le istituzioni educative: quella dell’impatto sulle giovani generazioni dei comportamenti di uomini pubblici ai vertici dello Stato.

Saggiamente la Cei ha concentrato la sua azione pastorale sulla cosiddetta “emergenza educativa” e, segnatamente, sui valori e sui modelli di comportamento che informano l’ethos delle giovani generazioni. Domando: si può pensare di preservare il nitore di un messaggio morale ed educativo esigente esorcizzando fatti e misfatti come quelli che occupano l’attenzione dell’opinione pubblica, fischiettando o girando la testa dall’altra parte?

Analogamente a quanto ci si chiede a proposito di questo povero e umiliato paese, cui si guarda con irrisione e incredulità da parte degli osservatori stranieri, mi domando: ma cosa mai è successo in questa Chiesa, un tempo incline a un rigore che sconfinava nel moralismo legalistico, e oggi così distratta a fronte di comportamenti inqualificabili e indifendibili? Come si è prodotta una distanza così abissale tra il sì sì no no del linguaggio evangelico e la rassegnazione allo spirito del tempo, al lassismo sino alla lascivia dei suoi costumi? Se capitola la Chiesa, a quali altri soggetti attingere le risorse morali per reagire alla corruzione dell’anima?
Ripeto e concludo: se si abdica alla profezia, meglio il silenzio. Balbettare anziché gridare il proprio sdegno e pronunciare parole di verità è, esso sì, un ulteriore avallo alla capitolazione delle coscienze e alla dissoluzione morale e civile.

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