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Democrazia associativa e municipalismo comunitario
di Natalino Stringhini

Sintesi della relazione che Natalino Stringhini - Vicepresidente nazionale delle Acli e responsabile del Dipartimento Istituzioni - ha tenuto il 4 novembre 2005 a Vercelli nell’ambito della prima assemblea degli amministratori locali che provengono dalle Acli. In particolare l’assemblea è il risultato di un lavoro che il Dipartimento Istituzioni sta realizzando per ricreare un circuito virtuoso tra chi sta nelle istituzioni e chi opera nel campo sociale a partire da temi che da sempre qualificano l’agire dell’associazione quali la democrazia, la sussidiarietà, il welfare e il lavoro.
 
 
  1. L'amministratore locale come espressione di una comunità e di un territorio in profonda trasformazione nella società globale
  2. Antiche e nuove responsabilità dell’amministratore locale
  3. Democrazia associativa e municipalismo comunitario: leve strategiche per lo sviluppo e la coesione sociale
  4. Criteri di orientamento sulle riforme istituzionali: la sussidiarietà e il federalismo solidale
  5. Il principio dell’autonomia sociale come elemento fondante del pluralismo democratico
  6. La ricerca del bene comune e di un’etica pubblica condivisa
  7. La necessità di un’apertura all’Europa e al mondo
 

1. L'amministratore locale come espressione di una comunità e di un territorio in profonda trasformazione nella società globale
Oggi, tanto la comunità che il territorio, sono sottoposti a profonde trasformazioni causate soprattutto dagli “effetti collaterali” della globalizzazione. Un fenomeno complesso che abbiamo attentamente “studiato” sotto diverse angolature e sul quale siamo in grado di esprimere qualche considerazione critica e meditata.
Ciò che deve preoccupare i politici e gli amministratori locali non sono soltanto i prodotti e le merci che circolano liberamente nel mercato globale, provengano essi dalla Cina o da altri paesi, ma appunto quegli effetti “immateriali” che molti studiosi individuano e pongono giustamente in risalto.
È infatti sulle persone e sulle famiglie che ricadono le conseguenze più immediate della globalizzazione che tuttavia si estendono alle culture, alle religioni, alle istituzioni politiche, e andando in particolare ad interessare i luoghi e l’ambiente naturale.
Non c’è da farsi illusioni: nelle nostre “società individualizzate” le persone che stanno male e che soffrono per mancanza di relazioni umane e comunitarie sono sempre più numerose. La solitudine diventa così la prima forma di povertà.
Le tante comunità locali che oggi compongono il nostro Paese hanno subito forti trasformazioni sia sul piano demografico – si pensi al crescente invecchiamento della nostra popolazione - che antropologico. Sotto la spinta dei flussi migratori le comunità stanno diventando degli spazi plurali in cui convivono o entrano in conflitto differenti identità etniche, culturali e religiose.
Un altro degli effetti collaterali della globalizzazione riguarda gli Stati nazionali che appaiono sempre più inadeguati ed obsoleti. Il problema di fondo che pone la globalizzazione è come conservare il rapporto tra sistema politico e democrazia ed evitare che le istituzioni democratiche subiscano una pericolosa crisi di delegittimazione, nel momento in cui i processi economici globali provocano una riduzione dello stato sociale mostrando l’impotenza dei governi nazionali rispetto a poteri che sembrano sovrastarli.
Il processo di globalizzazione, oltre alla frattura tra individuo e comunità, ha anche aggravato la frattura tra locale e globale rendendo evidente come sullo stesso territorio si intreccino varie culture.
È dunque importante capire che la globalizzazione non abolisce assolutamente i confini territoriali, ma certamente li ridefinisce. Per questo serve una nuova concezione dello spazio, una rinnovata antropologia dei luoghi e dunque delle tradizioni, delle comunità e dei valori locali.
All’immagine di un’economia sradicata dai luoghi, come conseguenza dei processi di globalizzazione dei mercati, negli ultimi anni se ne è affiancata un'altra che va nella direzione opposta: quella dello sviluppo locale, dello sviluppo dei territori, delle città e delle regioni, che mostrano anche in Italia segni di particolare dinamismo.
La consapevolezza di tali trasformazioni è un presupposto indispensabile delle nuove responsabilità che oggi ogni amministratore locale è chiamato ad assumere. Responsabilità che indicano quali possono e debbono essere le risposte della politica – in termini di prevenzione e di governo – di fronte alle ingerenze e agli effetti invasivi del processo di globalizzazione sullo spazio e sui modelli culturali delle nostre comunità locali.

2. Antiche e nuove responsabilità dell’amministratore locale
Insieme alle antiche responsabilità come quelle relative alla qualità della vita, ai servizi di welfare, all’amministrazione, vogliamo sottolineare in modo particolare alcune nuove responsabilità che scaturiscono dal “localismo” territoriale, dal pluralismo etnico, culturale e religioso delle comunità e da una crescente domanda di futuro da parte dei cittadini. Al riguardo va sottolineato come i cambiamenti del sistema elettorale, con l’elezione diretta dei governatori regionali e dei sindaci, e l’introduzione di alcune norme – si pensi alle leggi Bassanini e alla legge 328/2000 – attribuiscano nei fatti nuove e più complesse responsabilità agli amministratori locali rispetto a quelle tradizionali.
Una prima responsabilità a cui è chiamato l’amministratore locale è quella di favorire la partecipazione di tutti i cittadini singoli e associati. In questa prospettiva, seguendo la filosofia della democrazia partecipativa e deliberativa, è necessario far discutere i cittadini riguardo a questioni che interessano il futuro del loro territorio e della loro comunità. A questo proposito è interessante conoscere i risultati che stanno dando esperienze di partecipazione pubblica dei cittadini come quelle del Bilancio partecipativo o della Carta dei municipi.
Una seconda responsabilità dell’amministratore locale è quella di lavorare per la realizzazione di politiche di integrazione degli immigrati di tipo interculturale. Per facilitare l’inserimento degli immigrati nella nostra società non basta favorire l’inserimento lavorativo; c’è bisogno di sperimentare un modello di integrazione interculturale. Serve una scelta chiara: passare ad una politica del riconoscimento capace di comprendere e rispettare l’identità dell’altro, la differenza culturale e religiosa di cui è portatore.
Un’altra responsabilità riguarda la necessità di coniugare il locale con il globale attraverso una strategia che punti allo sviluppo locale. Lo sviluppo locale - spesso identificato come modello alternativo di organizzazione produttiva - si fonda su un’idea di sviluppo e di territorio che promuove i beni di una comunità chiamando a collaborare i diversi soggetti locali pubblici e privati, in vista della produzione di beni collettivi che arricchiscano il tessuto economico e valorizzino i beni comuni, come il patrimonio ambientale e culturale.
Infine un’ultima responsabilità, che sembra emerge con sempre maggiore forza, è quella che riguarda lo sviluppo dell’ambiente in cui vive l’uomo, secondo una prospettiva che metta al centro le relazioni dell’uomo con il suo territorio. L’amministratore locale è dunque chiamato a generare un “valore aggiunto territoriale”, ossia uno sviluppo fondato sulla tutela e la valorizzazione del patrimonio ambientale (quando prende decisioni che riguardano la viabilità, la vivibilità dello spazio urbano, l’inquinamento atmosferico e dei fiumi, lo smaltimento dei rifiuti ecc..). In questo senso è necessario realizzare politiche indirizzate verso uno sviluppo sostenibile dei nostri territori valorizzando e diffondendo esperienze come quelle dell’Agenda 21 locale.


3. Democrazia associativa e municipalismo comunitario: leve strategiche per lo sviluppo e la coesione sociale
Come affrontare il governo dei problemi della polis? Con quali leve strategiche stimolare e promuovere lo sviluppo locale senza procurare quegli strappi e squilibri che potrebbero compromettere la coesione sociale?
Due sono le direttrici che riteniamo opportuno valorizzare per la loro efficacia: la democrazia associativa e il municipalismo comunitario.
La democrazia associativa si fonda sull’idea che la creazione di legami stabili e istituzionalizzati tra sistema democratico e soggetti della società civile rappresenti una risorsa irrinunciabile per la costruzione di un contesto sociale più democratico. L’esistenza di una fitta rete di gruppi e associazioni consente, infatti, di limitare il potere politico e garantisce un maggior pluralismo all’interno dei sistemi democratici.
La democrazia associativa è un’agenda aperta, flessibile, che può essere applicata alla vita economica e ai servizi di welfare e che chiama in causa i cittadini, soprattutto se associati. Consente dunque di realizzare un radicamento sul territorio per lo sviluppo di comunità più coese e solidali e può rappresentare una modalità per offrire ai cittadini - in quanto lavoratori, consumatori e risparmiatori – la possibilità di esercitare un controllo sui grandi apparati pubblici e sulle grandi imprese.
Un modo efficace per aumentare il livello di partecipazione politica dei cittadini consiste nel “potenziare” la democrazia associativa con la visione e gli strumenti della democrazia deliberativa che si basa sull'idea che la legittimazione di un ordinamento dipende dalla capacità dei cittadini di discutere gli affari pubblici. Per facilitare la partecipazione dei cittadini alla soluzione politica dei problemi sociali che sono sempre più “complessi”, bisogna dunque potenziare la loro capacità deliberativa attraverso informazioni dettagliate e la possibilità di formarsi – tramite la pubblica discussione – opinioni più competenti.
In questo senso le primarie del centro-sinistra e il loro inaspettato risultato, hanno evidenziato come emerga una crescente domanda di partecipazione da parte dei cittadini, che esprimono la volontà di prendere parte alle scelte e alle decisioni della democrazia, rifiutando l’attuale deriva della politica ridotta a marketing o ad affare di ristrette oligarchie che affidano alla comunicazione il compito di rapportarsi ai cittadini.
Inoltre va sottolineato come alcune esperienze nate in Italia in questi ultimi dieci anni, in particolare quella del Forum del Terzo settore sia a livello nazionale che locale, abbiano operato secondo la prospettiva della democrazia associativa dando un contributo apprezzabile. Ma oggi queste realtà non si accontentano più della concessione di spazi formali di rappresentanza degli interessi dei cittadini e chiedono alle forze politiche di essere coinvolte maggiormente nei processi di discussione e decisione su questioni rilevanti per il futuro del nostro Paese: dal lavoro al welfare, dall’immigrazione alla legalità, dal ruolo del privato sociale a quello del volontariato.
La seconda leva che vogliamo indicare è quella del municipalismo comunitario, esperienza che in Italia si è fatta strada a partire dalla fine dell’800, grazie anche all’azione dei cattolici. Infatti le prime risposte all’incertezze di fronte ai rischi sul lavoro, alle malattie avvenne grazie a queste forme di autorganizzazione del mondo cattolico. Pensate alle società operaie di mutuo soccorso, presenti in tanti nostri comuni. Allora non c’era ancora nessuno stato sociale, né un sistema pensionistico o sanitario nazionale.
L’idea di municipalità si ricollega dunque ad una ricca tradizione storica, culturale e politica del nostro Paese che è diventata un patrimonio comune a molte realtà della società civile e principio ispiratore per l’organizzazione dello stato. Allo stesso tempo risponde bene a quella esigenza di recupero della dimensione locale della partecipazione che riemerge anche nel contesto globale.
Ma come rivitalizzare lo spirito che ha animato le esperienze del municipalismo comunitario? Come far si che i municipi tornino ad essere o diventino l’elemento trainante della vita delle comunità? Il municipalismo comunitario non può esistere solo come antica espressione ma deve trovare una riformulazione aggiornata nel quadro dei tre capitali che rappresentano il cuore delle comunità locali: il capitale umano, quello culturale e quello sociale. In particolare proprio la generazione del capitale sociale può consentire alla prospettiva del municipalismo comunitario di essere feconda anche nell’oggi. Il capitale sociale è infatti il risultato di una serie di relazioni tra diversi soggetti individuali, collettivi, pubblici, privati, del profit e non profit, che avvengono in uno specifico territorio. Ma lo sviluppo del capitale sociale non è un processo scontato, né automatico; infatti solo la presenza di un tessuto di reti sociali (familiari, parentali, comunitari, della società civile) che cooperano e agiscono per il bene della collettività favorisce la sua generazione. In questa prospettiva gli amministratori locali devono favorire l’attivazione di fiducia, reciprocità e cooperazione a benefico del sistema sociale di produzione e distribuzione di beni e servizi, e cercare di accrescere il benessere delle famiglie e delle reti primarie. La loro azione può contribuire fortemente a generare relazioni positive e stabili tra i diversi soggetti locali in modo da superare diffidenze e resistenze orientando così la propria comunità verso una cultura cooperativa e solidale.

4. Criteri di orientamento sulle riforme istituzionali: la sussidiarietà e il federalismo solidale
Con la riforma del titolo V della Costituzione del 17 novembre 2001 è stata data per la prima volta piena cittadinanza costituzionale al principio di sussidiarietà affermando che anche le attività di interesse generale possono essere svolte dalla società civile. Il cittadino è finalmente il punto di origine e il centro propulsore dell’architettura istituzionale dello Stato (art. 118, I comma e art. 120, II comma). Una sussidiarietà che è concepita in una logica integrativa (et-et), e non contrappositiva (aut-aut), raccordando istituzioni pubbliche e capacità sociali.
La Costituzione infatti proclama autonomi e di rappresentanza generale, enti che stanno l’uno nell’altro (art. 114). Ciò implica anche la possibilità di differenziazione in uno stesso livello di governo e la necessità di una cooperazione tra i diversi livelli che cerchi di superare il dualismo Regioni-enti locali. La sussidiarietà così concepita tiene insieme due dimensioni che le sono proprie: quella verticale diventa infatti funzionale a quella orizzontale. Proprio da questo criterio e principio di organizzazione dello Stato dobbiamo ripartire, combattendo contro ogni disegno teso a minare questo impianto. Rispetto all’attuale testo costituzionale bisognerebbe però operare per rafforzare l’idea della nuova centralità delle regioni da concepire non certo come neocentralismo regionale, ma come elemento caratterizzante la nuova governance. In questa chiave l’introduzione della Camera delle Regioni potrebbe essere utile oltre che necessaria.
Come da più parti si è osservato, l’approvazione da parte del Senato e della Camera del disegno di legge costituzionale presentato dal governo in carica, ci consegna invece una riforma costituzionale che mette radicalmente in discussione l’impianto sussidiario e federalista dell’attuale titolo V della seconda parte della Costituzione, modificando ben 49 degli 80 articoli di cui è composta. Le innovazioni proposte – relative al bicameralismo e il procedimento legislativo, alla forma di governo, al sistema delle autonomie, alle istituzioni di garanzia - sono estremamente preoccupanti e presentano numerosi elementi critici, lasciando molte questioni aperte, come quella del rapporto Stato-Regioni. E proprio su questo punto voglio fare alcune osservazioni.
Rispetto al sistema della autonomie la riforma include quasi letteralmente la devolution bossiana, ma l’accompagna con misure di accentramento nei medesimi settori e con una procedura che consentirebbe al Parlamento di annullare una legge regionale qualora contrasti con l’interessare generale. Ne risulta un quadro confuso, animato da logiche fra loro opposte, che contraddice il principio di sussidiarietà riproponendo forme di centralismo. Del resto l’intera riforma federale è ricca di contraddizioni proprio perché è il risultato di un compromesso tra spinte estreme presenti nel governo (il centralismo di AN e il federalismo strumentale e parziale della Lega).
Viene introdotta inoltre una Camera rappresentativa delle Regioni (il cosiddetto “Senato federale”) che nel disegno complessivo della riforma - in relazione in particolare al rapporto con il premier e con la Camera - rischia di essere uno strumento di ostacolo all’attività della maggioranza o di essere decorativo e privo di ruolo politico, nel caso di sintonia tra premier e Camera.
Ormai che l’iter di approvazione della riforma si è quasi concluso vogliamo ribadire il nostro giudizio negativo sul metodo, oltre che sul merito. Non a caso da diverso tempo siamo entrati nel “coordinamento nazionale delle iniziative per la difesa della costituzione e per il referendum contro il progetto di riforma della II parte della costituzione”. E’ inaccettabile che a pochi giorni dalla contestata approvazione della riforma elettorale, una riforma così importante, in quanto ridefinisce le regole del nostro convivere, venga fatta passare con una prova di forza dell’attuale maggioranza. Questa non è la strada giusta: il futuro del Paese non si costruisce alimentando uno spirito di contrapposizione, ma ricercando regole condivise. Per questo motivo abbiamo chiesto alle componenti più responsabili di questa maggioranza di ripensare il progetto di riforma insieme con l’opposizione e con le altre istituzioni e realtà rappresentative del nostro Paese. Quanto avvenuto nell’Unione europea, con la creazione di una Convenzione per costruire tutti insieme il Trattato costituzionale, potrebbe rappresentare un modello utile e percorribile anche da noi.
Ad oggi l’unica cosa certa è che l’Unione indirà un referendum abrogativo (che non ha bisogno del quorum), previsto dalla Costituzione nel caso di riforme costituzionali approvate dal Parlamento con meno dei due terzi dei voti. Sosterremo l’iniziativa invitando gli italiani a cancellare questa riforma e ribadiamo che i criteri di orientamento per la riforma della Costruzione rimangono due: la sussidiarietà e il federalismo. E’ proprio sul federalismo che il prossimo governo sarà chiamata ad operare completando il lavoro già iniziato dall’Ulivo nel 2000 in modo da arrivare a realizzare un federalismo più compiuto grazie alla regolazione puntuale delle competenze regionali e all’introduzione della Camera delle Regioni; un federalismo di tipo solidale in grado di favorire in tutte le nostre regioni lo sviluppo di sistemi di welfare capaci di rispondere ai bisogni delle comunità locali.

5. Il principio dell’autonomia sociale come elemento fondante del pluralismo democratico
La cultura dell’autonomia sociale è un principio che da molti anni ispira la nostra azione sociale. Già nel 1969 in occasione del XI Congresso che le Acli tennero a Torino, l’allora presidente Livio Labor parlava del ruolo propulsivo delle “autonomie sociali”. In quegli anni infatti le realtà associative erano tutte ricomprese in uno schema monolitico, erano cioè parte integrante di un’area politico-ideologica e organicamente collaterali ad un partito. La rottura - che segnò la fine del collateralismo con al DC - fu dunque radicale, profonda e anticipatrice. Secondo Labor «solo una società effettivamente articolata e pluralistica può garantire l’esercizio concreto di una vera libertà dei lavoratori». Queste parole sono ancora attuali e ci spingono a promuovere le autonomie sociali come soggetti di una democrazia compiuta. In un tempo in cui il potere tende a concentrarsi, in cui la politica si mediatizza e si registra una crescente personalizzazione della leadership, non dobbiamo smettere di creare robuste autonomie sociali, capaci di interpretare istanze, interessi e valori che la semplificazione bipolare tende a cancellare.
Il principio dell’autonomia sociale fa dunque riferimento ad una concezione sussidiaria della società e al principio imprescindibile della libertà come responsabilità. L’autonomia sociale esprime una sorta di “primato” delle associazioni sugli stessi partiti politici, ossia il “primato” del civile sul politico, ed anche una visione relazionale della persona e del cittadino.
L’autonomia locale rappresenta un’ulteriore specificazione di questa visione perché sta a significare il “primato” dell’ente locale rispetto alle istituzioni dello Stato, perché più vicino alle esigenze dei cittadini.
Autonomia sociale e pluralismo democratico sono dunque legati tra loro da un rapporto di intrinseca coerenza poiché il pluralismo democratico viene a realizzarsi quando ogni singola autonomia è riconosciuta e valorizzata. Siamo dunque di fronte ad un tandem inscindibile che va promosso senza alterazioni. Siamo in piena sintonia con il Cardinal Dionigi Tettamanzi quando, in occasione delle 44 Settimana sociale dei cattolici di Bologna, dopo aver ricordato le possibili derive della democrazia (quella collettivistica, quella populistica, quella liberista, quella relativistica), richiamava con forza i cattolici a tenere alta la fedeltà alla democrazia affermando che “la democrazia sostanziale e partecipativa ha assoluto bisogno di tre fondamentali valori: la solidarietà, la sussidiarietà, la legalità”. Nessuna istituzione democratica può essere modificata, piegata, assunta per interesse di parte, al di fuori di una prospettiva rispettosa delle capacità e delle possibilità di intervento dei cittadini e dei soggetti sociali che si integrano e si completano per conseguire il bene comune. Che la democrazia viva o muoia, illanguidisca o s’irrobustisca dipende infatti dal libero, autonomo e responsabile impegno di ognuno di noi.

6. La ricerca del bene comune e di un’etica pubblica condivisa
Ma c’è una seconda prospettiva che deve stare a cuore all’amministratore locale e che si collega ad una acquisizione che anche nelle Acli sta maturando in questo periodo. Il bene comune infatti non può più essere pensato e definito solo a partire dal tema dell’equità e dell’uguaglianza, cioè del pane da condividere, del lavoro e della giustizia sociale da assicurare. E’ proprio dall’interno delle DSC che è venuta facendosi strada una sollecitudine che non può essere trascurata: la saldatura tra questione sociale e questione antropologica.
Abbiamo infatti assistito ad una radicalizzazione della questione sociale che è venuta ad assumere un significato pregnante: non esiste tutela e promozione del bene comune che non sia, nello stesso tempo, tutela e promozione della vita sempre più messa sotto assedio dall’avvento della tecno-scienza. E’ la vita dunque che viene a configurarsi come nuova frontiera della questione sociale. In questo senso il Convegno di Orvieto, che abbiamo tenuto lo scorso settembre, ha rappresentato un primo avanzamento su questa nuova prospettiva.
La diffusione di una nuova terminologia che fa riferimento alla centralità della vita, come mostrano ad esempio le parole biopolitica, bioetica, bioeconomia, biodiritto, biotecnologia, stanno a dimostrare che anche l’amministratore ha bisogno di un nuovo alfabeto e di nuove competenze per potersi orientare nelle scelte che riguardano le questioni dell’etica pubblica.
Ma in una società pluralistica e democratica nessuno ha il monopolio delle regole, né i credenti né i non credenti. Pertanto è necessario costruire insieme, attraverso un processo di confronto e in alcuni casi di negoziazione, i criteri di un’etica pubblica condivisa superando una concezione dogmatica e rigida della laicità che non ha più alcuna legittimità in una società post-secolare.
Riteniamo, in questo senso, di vitale importanza rinnovare e diffondere il nostro impegno di educazione ai valori democratici offrendo spazi di incontro tra diverse opinioni e orientamenti, in modo da sviluppare un’etica pubblica della responsabilità fondata sul bene comune, sul rispetto dei beni pubblici, sul valore del prendersi cura della vita delle persone e dell’ambiente, rispettando culture, religioni ed opinioni diverse dalla nostre.
Le sollecitazioni emerse a Bologna riguardo alla necessità di realizzare laboratori di confronto e di educazione alla politica e all’azione sociale, e l’intenso lavoro di riflessione e di proposta portato anni i questi anni da Retinopera, sono segnali ed esperienze da diffondere sui territori perché solo in questo modo si può realizzare una educazione alla politica e al bene comune più capillare e in grado di far lievitare le nostre comunità locali.

7. La necessità di un’apertura all’Europa e al mondo
Vi è, infine, una terza prospettiva che completa ciò che abbiamo affermato finora. Autonomia sociale, pluralismo e bene comune sono principi che non possono essere declinati in modo autoreferenziale, ma devono favorire l’assunzione di un’etica dell’interdipendenza e del sentirsi parte dell’unità della famiglia umana. In questo senso i principi di cui abbiamo parlato ci aprono all’Europa e al mondo, in una prospettiva di “allargamento dei confini” che si concretizza in varie forme di cooperazione internazionale e di globalizzazione della solidarietà.
La sfida che abbiamo dinanzi è così grande che, assumendo l’espressione di Giovanni Paolo II, dovremmo sentire la responsabilità di concorrere a creare un “grado superiore di ordinamento internazionale”. Tale prospettiva è così ambiziosa che quasi ci spaventa.
Cerchiamo di partecipare a momenti costituiti della società civile globale, di promuovere gesti simbolici come la giornata mondiale dell’interdipendenza, assemblee significative come quelle dell’Onu dei popoli, ma siamo consapevoli – e crediamo che questa consapevolezza sia presente anche in voi – che sia importante realizzare ciò che è possibile in questa direzione, nelle diverse forme della cittadinanza attiva.
Molti sono i segnali che vengono dalle autonomie locali: dal crescente impegno per la lotta alla povertà che vede coinvolte città di tutti continenti (a Roma nel 2004 si è svolto il 4° Forum Mondiale delle città contro la povertà promosso dall’UNDP, dal Comune di Roma e dal Ministero degli Affari Esteri), al costante aumento delle adesioni al Coordinamento degli enti locali per la pace. Questo è un segno che le politiche si stanno facendo sempre più glocali, non solo sul piano della solidarietà e della cooperazione internazionale, ma anche sul quello delle analisi sul destino del mondo. La pace non è infatti una categoria ideologica, né tanto meno un tema astratto, adatto solo alle anime belle, ma è l’unico orizzonte mondiale nel quale è possibile parlare di sviluppo, di vita, di giustizia e di sicurezza.
Infine voglio ricordare una campagna denominata “Comuni Gemelli”, lanciata dalle Acli nell’aprile del 2004. L’obiettivo è quello di realizzare - attraverso lo strumento dei gemellaggi tra comuni del Nord e del Sud del mondo – collegamenti, “ponti” tra realtà diverse. Si tratta di un progetto che intende stimolare i comuni italiani ad attivare gemellaggi per costruire situazioni di solidarietà concreta tra popoli, città, famiglie, persone differenti tra loro. Abbiamo registrato un crescente interesse da parte di sindaci e comunità locali per la nostra iniziativa anche grazie al lavoro prezioso di diverse realtà acliste, che si stanno facendo promotrici della nascita di comitati per i gemellaggi nelle loro realtà territoriali aggregando altre associazioni e singoli cittadini.




 
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