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Due parole chiave della cultura contemporanea

di Vittorio Rapetti, 1 novembre 2005

  • Laicità e pluralismo hanno caratterizzato la cultura contemporanea (e non solo) a volte come ricerca positiva e pacifica (o almeno con un basso tasso di violenza) di autonomia, incontro tra diversità, costruzione di regole e percorsi comuni tra persone e gruppi che si riferiscono a diversi ideali e ideologie, a religioni e culture che – altre volte – si sono contrapposte e talora combattute anche aspramente.
  • Sul piano culturale il pluralismo è stato colto come valore positivo in una società complessa, come una “conquista” e un atteggiamento indispensabile per il riconoscimento di mentalità e culture altre da sé; questo sul piano socio-culturale richiama la ricerca di una “tolleranza” capace di aprire al dialogo e alla relazione tra diversi. Questo però a volte è compreso come “in-differenza”, come superificiale equivalenza tra sistemi e concezioni diverse, oppure come semplice giustapposizione tra “isole” che realmente non comunicano.
  • Nelle società complesse come la nostra, il pluralismo pone comunque l’esigenza di individuare percorsi per costruire basi comuni di convivenza tra culture, tradizioni e mentalità diverse, con gli evidenti riflessi anche sul piano giuridico e istituzionale.
  • Proprio ciò richiama un nodo essenziale, vale a dire i rapporti tra chiesa e stato, quali istituzioni che operano entrambe sul piano culturale e normativo, però con modalità e fini assai diversi. Ci si riferisce ad un secolare processo di laicizzazione delle istituzioni statali e dalla codificazione di una distinzione tra chiese e stato. Per questo si parla di laicità dello stato, di laicità della politica, per segnalare l’autonomia rispetto all’appartenenza religiosa ed ecclesiale. Anche in questo caso, il termine laicità viene considerato valore positivo e condiviso, mentre in altri casi si parla di laicismo per indicare un atteggiamento di separazione totale (se non di estraneità) dell’ambito civile e politico dalla religione, che verrebbe ricondotta esclusivamente all’ambito delle scelte individuali.
  • Vi è però anche un uso del termine “laico” e “laicità” in ambito religioso (cristiano-cattolico, ma anche in altre religioni, come l’islam, in cui il processo è ancora agli inizi); termini che il Concilio Vaticano II ha molto valorizzato, indicando nell’ambito della laicità quello che attiene alla costruzione del mondo e all’impegno “proprio dei laici” di “ordinare le cose del mondo secondo Dio”. In tal senso il termine “laico” acquista un significato positivo (e non il semplice essere “non prete”).
  • Proprio la prospettiva indicata dal Concilio, può costituire una base comune di riferimento tra la visione “socio-politica” della laicità e quella “religioso-ecclesiale”. Anzitutto il riconoscimento che   le realtà laicali hanno una propria “legittima autonomia”, che in tante diverse culture e religioni vi sono valori positivi, utili a costruire una “convivenza civile” per “l’unica famiglia umana”.
  • In tale prospettiva la chiesa si pone come riferimento per la costruzione di una umanità legata da vincoli di rispetto, solidarietà, in base al riconoscimento dei diritti fondamentali, al perseguimento di un ordine internazionale e interno giusto, condizione indispensabile per il raggiungimento della pace;
  • tale impegno riguarda tutti gli uomini e la soluzione dei principali problemi posti dall’arretratezza e dallo sviluppo stesso sono risultato dell’impegno congiunto di “tutti gli uomini di buona volontà”;
  • stabilito che tali soluzioni sono sempre approssimative e non possono mai essere considerate come definitive,  e che nessun sistema possa mai immaginare di realizzare nella storia pace e giustizia perfette, la chiesa ha quindi non il monopolio della verità e delle soluzioni in tale processo di sviluppo, ma ha una ispirazione che si può incarnare in culture e situazioni diverse per alimentare e sostenere questo processo, che corrisponde ad un profondo e diffuso desiderio degli uomini.
  • Quindi, nell’ottica conciliare e nelle riflessione ad essa collegata, laicità, secolarità e pluralismo sono intesi come valori positivi e vengono contrapposti a laicismo, secolarismo e relativismo fenomeni intesi come esasperazioni o degenerazioni dei primi, tendenti ad escludere la dimensione religiosa-spirituale ed il ruolo civile e sociale delle chiese. D’altra parte, alle forme di laicismo, in campo religioso corrispondono (per contrasto) le espressioni  dell’integralismo e del fondamentalismo, (presenti in campo cristiano e islamico, ma pure presso altre religioni), che tendono a ridurre l’autonomia delle realtà terrene, a sottoporle alle norme etiche derivate dalla religione, in considerazione dell’affermazione del primato della Verità e della propria visione dei valori e del mondo.
  • Tutto ciò  per un verso chiama in causa la funzione ed il ruolo del magistero ecclesiale (per il metodo “interno” alla chiesa con cui si costruisce il discernimento e per le modalità con cui si relaziona rispetto alla società e alle autorità politiche); per altro verso la tensione tra laicismo-laicità-integralismo si manifesta con forza ogni volta che la legislazione va a toccare situazioni e problemi “sensibili” alle diverse ispirazioni. Se questo è risultato evidente negli ultimi decenni in Italia su questioni legate alla famiglia e alla vita, nella  sostanza tocca anche molti altri aspetti: la guerra e le regole dei rapporti internazionali, l’uso delle risorse e della tecnologia, il rapporto lavoro-capitale e la lotta alla povertà e al disagio, l’integrazione sociale e  l’accoglienza degli immigrati,  il rispetto dell’ambiente.
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