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Relativismo? No, grazie. Noi laici siamo pluralisti

di Gian Enrico Rusconi (La Stampa, 28 agosto 2005)


È diventato un luogo comune parlare di imperante «relativismo dei valori», anzi di «dittatura del relativismo». Sommessamente contestiamo la perentorietà di questa affermazione. Dietro all'accusa di relativismo, indirizzata contro i laici, si cela infatti spesso il disconoscimento della pluralità dei valori che sono presenti nella nostra società comunque secolarizzata. Relativismo e pluralismo sono due concetti molto diversi. Naturalmente per argomentare questa tesi - che è decisiva per definire l'etica pubblica - occorre pazienza, tempo e attenzione per le dovute distinzioni e per trovare le parole giuste. Ma è fatica sprecata di fronte alla potente vocalità di tanti prelati e laici pentiti, che magari hanno tenuto banco alle assise di Cl a Rimini. Ma allora che senso ha - da parte di eminenti uomini di Chiesa - invocare un dialogo serio con i laici, se poi questi sono collocati nella palude del relativismo? Il presupposto di ogni dialogo è il reciproco riconoscimento di rappresentare valori, anche se non sono condivisi. Invece nella congiuntura attuale si ha l'impressione che i valori «veri» siano innanzitutto quelli associati alla religione. Gli altri, quelli laici, sono valori di seconda categoria. Dietro a questo atteggiamento c'è un altro luogo comune che va denunciato. È la convinzione che la discriminante tra laico e non laico sia in prima istanza quella tra non credente e credente. Non è vero. Ci possono essere laici credenti e laici non credenti, ma soprattutto diversamente credenti rispetto alla dottrina della Chiesa. Anche se è impossibile quantificare la tipologia dei «diversamente credenti», che in Italia non hanno voce, queste differenze sono importanti quando la questione della laicità investe l'etica pubblica. Il tono intimidatorio di chi nel dibattito pubblico pone l'alternativa «Dio o non Dio» cela l'equivoco secondo cui i professionisti di verità religiose (teologi e vescovi) si ritengono automaticamente competenti anche dell'«ordine naturale umano» che da quelle coerentemente deriverebbe. A livello di discorso pubblico gli esponenti della religione-di-chiesa assicurano di sostenere posizioni di pura razionalità o moralità «naturale», «umana». In realtà la forza della loro influenza nel nostro paese poggia su un cortocircuito tra determinate raccomandazioni morali e postulati religiosi, che spesso non sono esplicitati e comunque rimangono sottratti alla critica. Laicità, invece, è saper pensare parlare con competenza di «umano» e «natura» senza impropri supporti religiosi o teologici. Senza con ciò negare o rinunciare ad esprimersi su questioni teologiche. Soprattutto quando queste collidono con le acquisizione della ricerca scientifica. Questa non è una rivendicazione meramente culturale o scientifica, perché la posta in gioco è l'etica pubblica, cioè la giustificazione e la determinazione di norme di comportamento vincolanti per tutti, credenti, non credenti e diversamente credenti, che dialogano tra loro. È in gioco l'etica pubblica verso la quale la Chiesa (italiana) impropriamente rivendica una sorta di protettorato o di supplenza. Una società può dirsi laica quando dà spazio ad una pluralità di stili di vita o ethos, che possono essere dissonanti rispetto a quelli che la Chiesa considera i soli morali o «naturali». Qui ritorna il problema da cui siamo partiti: ciò che per gli uomini di Chiesa è relativismo morale, per i laici è pluralismo etico, da regolare con procedure consensuali. Per i laici la democrazia è lo spazio pubblico entro cui tutti i cittadini, credenti, non credenti e diversamente credenti confrontano liberamente i loro argomenti e vivono i loro stili morali di vita, che sono riconosciuti tramite procedure consensuali di decisione, senza che prevalgano in modo autoritativo alcune credenze o convincimenti su altri. Va precisato che questo intendersi tramite procedure non è una formalità convenzionale, revocabile a piacimento, «relativista». Ma è un agire che impegna ad un comportamento coerente e corrispondente. Impegna alla lealtà verso le norme legalmente definite, anche se soggettivamente non sono condivise. Laicità vuol dire accettare come moralmente legittimi atteggiamenti o comportamenti che appaiono soggettivamente sgradevoli. Laicità è ammettere una ragionevole disimmetria tra l'etica pubblica e singole moralità private. Sono disposti gli uomini di Chiesa (e i laici pentiti) ad accettare questo tipo di laicità ? Un esempio facile da fare oggi riguarda l'accettazione e il riconoscimento giuridico di modelli di vita omosessuali. Non che questo problema sia moralmente o statisticamente rilevante più di tanti altri, ma ha acquistato un carattere simbolico rilevante proprio a motivo dell'atteggiamento della Chiesa e degli argomenti da essa usati. Siamo di nuovo riportati alle argomentazioni pubbliche a sostegno dei diversi stili di vita e alle procedure democratiche per garantirli giuridicamente. Di nuovo incontriamo un contrasto tra l'approccio laico e quello della Chiesa: mentre i laici coltivano singolarmente opinioni molto diverse sulle diverse questioni, la dottrina della Chiesa si presenta completa e compatta, creando così l'immagine di grande coerenza. La Chiesa enuncia un insieme di certezze che vanno da quella sull'origine della vita embrionale ai giudizi sui rapporti omosessuali o sulla liceità delle coppie di fatto, mantenendo un univoco riferimento a Dio, creatore e diretto legislatore morale. Di contro, il valore fondante della laicità è l'autonomia di giudizio personale, nel senso che le certezze e le norme di comportamento non hanno altro fondamento che la ragionevolezza morale e la razionalità (scientifica, ma non solo) da valutare questione per questione, tenendo conto ovviamente anche degli spazi di libertà e di autonomia degli altri. E per molti laici tutto questo non è in contraddizione con una certa loro idea o fede in Dio, certamente non conforme ai dettami della religione-di-chiesa. Sono disposti gli uomini di Chiesa a dialogare alla pari con questi laici senza sospettarli di distruttivo relativismo?

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