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Noi cattolici e la complessa frontiera della laicità

di Rosy Bindi (la Repubblica – Firenze, Giovedì 15 Settembre 2005)

Dove passa il confine tra la responsabilità della politica e la fedeltà ai valori della propria fede? Cosa deve fare un cattolico impegnato in politica quando opera scelte che la Chiesa giudica non coerenti con il proprio insegnamento? Il dilemma è tutt'altro che nuovo.
Anzi, a ben vedere, accompagna da sempre la presenza dei cattolici nella vita pubblica. Su questo dilemma si è di volta in volta misurata la sfida della laicità e del contributo, originale e fecondo, che i cattolici hanno offerto allo sviluppo della democrazia in Italia. Una sfida sempre più complessa e difficile in una società pluralista in cui, malgrado alcune superficiali interpretazioni sull'esito del referendum sulla fecondazione assistita, i cattolici sono diventati una minoranza. L'altolà degli organi di stampa cattolici a Romano Prodi per le sue dichiarazioni sui diritti degli omosessuali e delle coppie di fatto interpella nuovamente i cattolici sulla complessa frontiera della laicità.
Non ho mai interpretato la laicità come indifferenza o relativismo etico. Sui valori non si tratta, né si possono fare scelte contro i valori. Ma, come diceva il cardinale Martini, pretendere che tutta la legge morale sia contenuta in una legge dello Stato è pura illusione. Il crinale sui ci si deve muovere è quello del bene possibile, di un inveramento dei valori nella Storia attraverso l'incessante ricerca del bene comune. La laicità della politica è proprio questo. Ci sono fin troppi teorizzatori della laicità che alla prova dei fatti si rivelano, a seconda dei casi, indifferenti o integralisti, laici a singhiozzo, a seconda delle convenienze politiche.
Non così Romano Prodi, che in questa vicenda ha dato una lezione di laicità. Si è assunto la responsabilità di ribadire una scelta ampiamente condivisa e frutto di equilibrata mediazione: il governo di centrosinistra, nel rispetto delle diverse sensibilità culturali, troverà una soluzione legislativa che permetterà di garantire i diritti delle persone che scelgono forme di convivenza diverse dal matrimonio. Per noi, la Costituzione parla chiaro, la famiglia è quella formata da un uomo e una donna e il vincolo matrimoniale, sia esso religioso o civile, rappresenta un salto di qualità nella convivenza che è giusto e doveroso tutelare in modo particolare come fa il nostro diritto di famiglia. Ma riconoscere la centralità della famiglia, valorizzarla e sostenerla con politiche attive, non può significare emarginare le donne e gli uomini che decidono di vivere insieme e avere dei figli senza sposarsi o discriminare le unioni stabili tra omosessuali.
Nel riconoscere alcuni diritti civili, patrimoniali e giuridici alle coppie di fatto non c'è alcun attentato alla stabilità della famiglia. Nessuno intende smarcarsi dai confini tracciati nell'articolo 29 della Costituzione. Per questo non ci riconosciamo nelle scelte e nella linea adottate da Zapatero, ed è rozzo e strumentale identificare la nostra posizione con la nuova legislazione spagnola. Nessuno pensa di introdurre anche in Italia il matrimonio tra omosessuali e men che meno l'adozione per queste coppie.
Ma se la legge 40, chela Conferenza episcopale italiana ha difeso invitando a non votare il referendum, prevede che anche una coppia di fatto possa avere un figlio attraverso la fecondazione assistita, lasceremo poi che questa coppia e i suoi figli siano esposti ad un diritto più debole per quel che riguarda la successione ereditaria o l'accesso ai servizi sociali? O non sarà meglio tutelare quel bambino e sua madre? E non sarà un elemento di civiltà riconoscere che anche nelle coppie non sposate, etero o omosessuali, che progettano una vita comune e mettono in gioco affetti e solidarietà, ci sono quei semi di stabilità affettiva e di condivisione delle responsabilità che sono parte dei valori di una buona convivenza civile?
Abbiamo sempre bisogno di metterci in ascolto della Chiesa ed è doveroso che ci parli indicando la via da intraprendere. Ma abbiamo anche bisogno di una Chiesa che sappia valorizzare la fatica della laicità, del metodo difficile e delicato di ascolto e comprensione della società, di mediazione tra i nostri valori e le culture e punti di vista diversi. Una mediazione mai fine a se stessa, ma sempre orientata al bene comune e al bene possibile.

 

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