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Coincidenze? Può essere. Infatti non sempre i tempi dei servizi giornalistici si sintonizzano con quello che la realtà poi determina. Ad esempio: il 3 novembre l'inserto settimanale Viaggi di Repubblica dedica ben 9 pagine alla città: "Quelle del passato ricche di storia, quelle costruite dal nulla, quelle del futuro. Firmate da architetti e cresciute a dismisura. Come si trasforma la metropoli".
Il tono editoriale è sostanzialmente positivo, incoraggia a guardare con occhi nuovi angoli e prospettive non proprio conosciute, e c'è anche una bella pista bibliografica, nelle stesse ore i nostri video registravano la parola banlieu con intensità sconosciuta. Osserva Octavi Martì su El pais: "Nel corso del 2005 nelle periferie francesi le fiamme hanno distrutto trentamila veicoli, segno di una frattura sociale che ormai non è più una fessura ma un burrone e di una violenza urbana che testimonia l'assenza dello stato in alcune aree del paese. Anche a Los Angeles, Londra, Detroit, Boston, Washington, Rotterdam o Chicago ci sono quartieri lasciati al controllo delle bande: è la conseguenza di una politica che rinuncia alla spesa sociale" (Internazionale del 18 novembre 2005).
Coincidenze o sguardi diversi allo stesso oggetto? La domanda non è affatto futile, anche perché quasi l'80% degli europei vive in città, anche se soprattutto di medie e piccole dimensioni. In Italia l'attrazione dei borghi è fortissima (e anche ben studiata: si veda lo splendido numero 3-2005 di Communitas, curato da Aldo Bonomi) ma i numeri inchiodano e talora inquietano. Se si scorre la recentissima classifica redatta da Legambiente sulla "sostenibilità delle nostre città" presentata il 21 novembre a Milano non si può che diventare riflessivi su tutta una serie di indicatori - che futuro ci aspetta? E chi lo guiderà? Le aree metropolitane, che appaiono svettanti e precarie? O le città dello sviluppo, definite "falchi" un anno fa dal Censis (2ª Convenzione RUR - novembre 2004) ma oggi non proprio ben collocate per le quantità di PM10 che riposano ovunque. Joan Vicente Rufi, dell'Università di Barcellona, propone una sorta di lessico dei possibili nuovi modelli urbani: Exopolis, Edge city, Post Metropolis, Technourb, Rururbanizzazione, Città diffusa, Metapolis, Ipercittà, Privatopia, Urban Villane (lo studio è in Archivio di studi urbani e regionali, 81-2004).
Siamo in rete e possiamo divertirci a cercare questi ed altri termini: nuove parole, per nuove città? Ma possiamo anche andare oltre chiedendoci, ad esempio, quale spessore hanno le relazioni nella città. Scrive Eugenio Zucchetti: "La mia lettura delle condizioni sociali della metropoli, verificata su Milano, parte da tre coordinate: la solitudine dell'io; il venir meno del valore normativo e del contenuto valoriale delle istituzioni, dato importantissimo di una città e del vivere oggi; l'enfasi di giovani e adulti, uomini e donne, sulle relazioni interpersonali" (Appunti di cultura e politica, 4-2005). Oppure: "La differenza di pratiche, il conflitto di opinioni, lo scambio; la possibilità di competere e di vincere, di cambiare vita, casa, quartiere. Gli anticorpi contro la diffusione di una Anticittà non stanno in una generica terapia "antiperiferie". Sono invece politici. Politiche sono le leggi che disciplinano il welfare, gli incentivi alle famiglie, la redistribuzione del reddito. Politica è la sfida di un governo delle città europee" (Stefano Boeri, Il Sole24 ore di domenica 13 novembre 2005).
Troppo difficile? Impegnativo, questo certamente sì. Richiede supplementi di attenzione ("talora è la risorsa più scarsa", annota il sociologo Zigmunt Bauman ) e di progettualità anche alle competenze più solide. Ha osservato Renzo Piano su La Repubblica del 22 novembre: "La questione è considerare una piazza, una strada, un parco dal punto di vista di chi ci deve andare. Non da quello del committente o del critico o dell'architetto che progetta. Le città sono lo specchio della nostra società". E queste non sono coincidenze. Appunto.
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