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La città, le città: orizzonti delle comunità urbane. La testimonianza di La Pira a Firenze

di Mario Primicerio – già sindaco di Firenze, presidente della Fondazione La Pira

 

Il tema che mi è stato proposto suggerisce una riflessione a tutto campo sul governo della città (e delle città) a partire dall’insegnamento e dall’opera di Giorgio La Pira; quelli che seguono sono alcuni schematici spunti.

 

La città  prefigurazione del Regno

Al funerale di La Pira il Cardinale Giovanni Benelli affermò: “Non si può capire nulla di La Pira se non a partire dalla sua fede”; e quindi mi pare necessario, trattando il tema della città, partire dalle radici teologiche dell’impegno del cristiano La Pira nella realtà sociale e politica. Egli amava ripetere: “Occorre proporzionare le mura della città  terrestre a quelle della Gerusalemme celeste”; quindi per lui l’impegno politico consiste in certo senso nel coniugare le speranze umane con la Speranza teologale. (Se mi si consente una battuta, la speranza è una virtù teologale, la nostalgia no; e siccome nostalgie di vari tipi -appartenenze, egemonie…- sono sempre in agguato nel mondo cattolico, bisogna esser capaci di guardare avanti con gli occhi della speranza).

La speranza, dunque, come motore essenziale del nostro far politica, che ha senso se si prefigge il compito di dare gambe alle speranze degli uomini e delle donne che vivono accanto a noi.

Il regno di Dio per un cristiano è qualcosa che si costruisce dentro ognuno di noi. Infatti c'è una responsabilità  personale che non si può alienare o delegare ad una responsabilità  collettiva. Nell'edificazione della città terrestre ciascuno di noi avrà  un mattone (piccolo o grande da portare) e potrà portarlo soltanto lui. Potrà  scegliere, nella propria libertà , di non portarlo, ma non potrà  pensare che qualcuno lo porti al suo posto.

Quindi si costruisce dentro di noi,  e al tempo stesso si edifica tra di noi, in una dimensione comunitaria; si trasmette attraverso di noi e si realizza, in qualche modo, al di là  di noi.

 

La città generatrice di identità

Le città sono al tempo stesso prodotto dell'identità di una comunità e generatrici del senso di appartenenza che definisce l’identità.

Braudel dice: “le città sono libri viventi in cui le civiltà hanno scritto la loro storia”. E un grande architetto ed urbanista toscano, Giovanni Michelucci, che con La Pira aveva un rapporto profondo, diceva che “ci sono alcune città che hanno saputo interpretare con una intensità singolare, nella organizzazione degli spazi come nella testimonianza dei monumenti, la gerarchia dei rapporti armonici esistenti nel tessuto sociale”. L'urbanistica non può essere concepita e governata in modo indipendente della storia della città : non si può fare urbanistica se non si interpreta ed attualizza la identità della città .

Nel 1954 La Pira inaugurava la città satellite dell'Isolotto, una importante realizzazione con cui la sua prima amministrazione (fu eletto per la prima volta Sindaco di Firenze nel 1951) aveva dato risposta al gravissimo problema abitativo al motto di 'non case ma città ', una realizzazione che è ancora oggi portata ad esempio di come vada fatta edilizia pubblica.

Nel consegnare le chiavi ai primi inquilini disse: “Amate questa città  come parte integrante, per così dire, della vostra personalità . Voi siete piantati in essa e in essa saranno piantate le generazioni future che avranno in voi radice. È un patrimonio prezioso che voi siete tenuti a tramandare intatto, anzi migliorato ed accresciuto, alle generazioni che verranno”. “Ogni città  - aggiunse – racchiude in sé una vocazione ed un mistero: ognuna è nel tempo una immagine lontana della città  eterna. Amatela dunque come si ama la casa comune destinata a voi e ai vostri figli”.

Le case dell'Isolotto erano in gran parte destinate agli immigrati (che a quel tempo provenivano non dal Terzo Mondo ma dal Meridione italiano); una condizione che in un certo senso aveva sperimentato lo stesso La Pira arrivando a Firenze nel 1925, quando aveva seguito il relatore della sua tesi di laurea trasferito da Messina all’Università di Firenze.

Una condizione difficile, perché la tentazione di una città  a forte identità è la chiusura: una autocelebrazione, una visione nostalgicamente regressiva, che si compiace di  sé stessa fino a diventare città reliquia, città museo; una visione che da un certo punto di vista è rassicurante, ma che in fin dei conti altro non è che la visione più funzionale alla rendita di posizione ed alla mercificazione del patrimonio artistico.

Ma una città  che decide di essere soltanto identica alle sue cartoline è una città  morta, che rinunzia ad  essere una testimonianza nella storia e finisce per perdere il suo stesso valore e tradire la propria identità. Da una forte coscienza d'identità  deve invece nascere una forte spinta all'apertura ed al dialogo; perché, per le comunità come per le persone, l'identità  va costruita con gli altri e non contro gli altri, anche se la prima strada è assai più difficile.

La Pira amava sottolineare che sono gli animali che non hanno spina dorsale ad avere bisogno di circondarsi di un guscio.

Non c'è dunque contraddizione tra forte identità  e forte apertura al dialogo. Al contrario, una vera identità  chiama al dialogo.  

Montalban dice che dobbiamo essere “peregrinos entre dos ciudades, la de la memoria y la del deseo” pellegrini tra la città della memoria e quella del desiderio. Se ci fermiamo a quella della memoria restiamo chiusi al nuovo; se ci illudiamo di guardare solo quella del desiderio finiamo per tradire la nostra vocazione.

 

La città promotrice di partecipazione

“La città è una casa comune – dice ancora La Pira – in cui tutti gli elementi che la compongono sono organicamente collegati; come l'officina è un elemento organico della città , così lo è la Cattedrale, la scuola, l'ospedale. Tutto fa parte di questa casa comune. Vi è dunque una pasta unica, un lievito unico, una responsabilità  unica che è collegata ai comuni doveri.”

Governare la città  è un atto di amore; se si governa la città  senza amare le sue pietre e quelle sue pietre vive, che sono i cittadini, si prende in giro se stessi e gli altri.

Governare la città  è atto politico: non si può essere “sindaci tecnici”. Si può essere sindaci più o meno bravi ma essere sindaco è certamente, ed essenzialmente una funzione politica.

"Il nostro compito di guide delle città  - ripeteva La Pira - è pensare, è  essenzialmente quello di meditare. Una volta una persona mi disse: 'Lei professore è diverso da tutti i politici che conosco: lei pensa’".

E' un paradosso. Sono convinto che siano molti i politici che pensano anche se spesso, presi dalle cose da fare, hanno bisogno di una “riserva di pensiero” (qualcuno ha detto di un “supplemento d’anima”).

Ma, per continuare la citazione di La Pira, “se non meditiamo siamo soltanto dei direttori generali”. Il direttore generale può e deve essere un tecnico. Il politico deve essere qualcosa di più.

Governare la città  è un atto di responsabilità (anche nel senso di capacità di rispondere); la politica non è l'arte del possibile. Proprio il confrontarci con i problemi di tutti i giorni ci rende evidente che la politica consiste nel costruire le condizioni che rendano possibile una realizzazione ragionevolmente vicina a ciò che è desiderabile. E tutto il problema sta in questo avverbio “ragionevolmente”, nel discriminare tra ciò che è compromesso basso e ciò che è mediazione alta.

Non bisogna mai impedirci di pensare e progettare in grande; non governare a vista, non governare in base ai sondaggi di opinione. Pur tenendo ben presente la necessità di costruire il consenso, la politica consiste nell’avere chiara la rotta da tenere; chi naviga a vela sa che a volte è necessario fare dei bordi. Si fanno i bordi ma rimane chiara la rotta. Il bordo è un episodio della rotta.

Governare la città è anche esercizio di laicità; ed oggi, in questo paese, ne abbiamo particolarmente bisogno. Le tentazioni di certo trionfalismo clericale, o la reminiscenza di certo anticlericalismo ottocentesco sono dei pericoli che in questi giorni affiorano con preoccupante insistenza. Sono convinto che negli ultimi mesi si siano perse grandi occasioni per affrontare certi problemi in modo veramente saggio.

Dobbiamo dire con chiarezza che laicità  non vuol dire rinunciare a credere in qualche cosa. La laicità  non è sincretismo, non è l'indifferenza, non è “l'accidia politica”, di cui parlava qualche anno fa il Cardinal Martini in un'omelia per S. Ambrogio, intendendo con questo termine “una neutralità  appiattita, la paura di valutare secondo una scala di valori che ha contenuti etici, storici ed ideali. Oggi troppo spesso –proseguiva Martini- ad una valutazione responsabile ed impegnata delle proposte culturali si sostituisce un progetto di equivalenza. Ogni progetto è equivalente agli altri. Questo vanifica il dialogo, riducendolo ad una semplice mediazione tra spinte ed interessi.”

Laicità  nel governo della città, non significa dunque interscambiabilità di tutte le soluzioni, non significa rinunziare  ai valori in base ai quali si è scelto di impegnarsi in politica. E non significa neanche rispettare tutte le idee. Non è questo il senso del dialogo. Devo cercare di rispettare tutte le persone, ma le idee il rispetto se lo devono meritare sul campo con la coerenza ad un sistema di valori, l'adeguatezza alla risoluzione di un problema e la gerarchia definita per questi fini e anche per la capacità  di aggregare consensi.

 

La città  laboratorio di solidarietà

Credo sia necessario chiarirsi molto bene le idee su cosa è il volontariato, perché troppo spesso, nel mondo cattolico, esso è considerato una alternativa alla politica. Invece, un volontariato che non sia politico nel suo modo di porsi di fronte ai problemi è una fuga dalla realtà, un rifiuto di assumersi tutte intere le proprie responsabilità.

Mons. Tonino Bello diceva che il volontariato va inteso come generatore di coscienza critica, come fattore di cambiamento della realtà e non che come assistenzialismo che crea soltanto le disuguaglianze ubbidienti; “il volontariato è chiamato a schierarsi, a decidere da che parte stare: a decidere se vuole che la sua azione sia demolitrice delle strutture di peccato o che rimanga una semplice opera di contenimento e di controllo sociale, tutto sommato funzionale al sistema che tali strutture produce”.

Quindi una amministrazione che voglia fare della propria città un laboratorio di solidarietà dovrà certamente incoraggiare il tessuto di associazioni e di iniziative di volontariato, ma non per sottrarsi ai propri compiti istituzionali o per svolgerli con … manodopera a basso costo; occorre che tutte queste iniziative della società civile siano messe in grado di incidere sulla sensibilità collettiva, di produrre tutti gli anticorpi di cui il tessuto sociale ha bisogno per contrastare il pericolo sempre latente di cedere alla paura del diverso, dello straniero, di tutto ciò che … si discosta troppo dagli stereotipi rassicuranti della pubblicità televisiva.

 

La città  luogo della condivisione e della convivenza

Qualche volta sembra proprio che la città  invece rappresenti la negazione della convivenza, perché è il luogo in cui si polarizzano i contrapposti interessi, personali o di gruppo; non voglio disconoscere la legittimità dei comitati (più o meno spontanei) che si costituiscono per richiedere o per ostacolare determinate decisioni da parte delle amministrazioni. Dico che il compito della politica è quello di portare a sintesi le varie posizioni contrapposte, non andare dietro a chi strilla di più. Se la politica deve essere servizio per il bene comune, è proprio nella città che ci si rende conto che il bene comune non è la somma dei beni individuali, è qualcosa di più, che richiede uno sforzo maggiore, e anche un prezzo.

Convivere vuol dire anche condividere; e vuol dire anche saper accogliere le differenze come un arricchimento, senza nascondersi che questo non è né semplice né immediato.

Ed è ancora nelle città che si evidenziano le degenerazioni dell'impegno politico: che si presentano quando la politica si propone il dominio invece del servizio e quindi degenera nella rissa, chiedendo ai cittadini non tanto partecipazione, non tanto condivisione, ma di schierarsi secondo una logica amico-nemico.

In politica il consenso non si guadagna (o non si dovrebbe guadagnare) strillando.

E quante volte il partito, che resta secondo me lo strumento essenziale della democrazia, non è più strumento di partecipazione e umilia se stesso divenendo agenzia di collocamento! Si rischia di diventare esperti di tattiche, di presidiare spazi di controllo, di dimostrare capacità di “sistemare” le proprie persone, di inseguire la “visibilità” ma di dimenticare totalmente la politica.

Così non si potranno appassionare i giovani alla politica. La politica può appassionare solo se è passione essa stessa.

Una tecnica senza progetto non serve nemmeno a tamponare l'emergenza. Quando poi oltre al progetto  manca anche la tecnica…

 

La città cantiere dei diritti di cittadinanza

 

Dire che la città deve promuovere i diritti di cittadinanza sembra una ovvietà ed è invece una affermazione fondamentale; non basta proclamare i diritti dei cittadini, se la affermazione non è accompagnata da una azione che mira a mettere realmente tutti in condizione di goderne. Ed è su questo punto che si misura l’adeguatezza del governo della città. Certamente il Sindaco è sindaco di tutti i cittadini; di chi lo ha eletto e di chi non lo ha eletto; delle persone che contano e delle persone che non contano; però, in un certo senso, potremmo dire che lo è … un po' di più per il cittadino che non ha la forza di difendersi da sé!

La Pira nel 1955 scriveva in una lettera al “Giornale del Mattino”: “Un sindaco che per paura dei ricchi e dei potenti abbandona i poveri, sfrattati, licenziati, disoccupati e così via è come un pastore che per paura del lupo abbandona il suo gregge”.

E, nei momenti delle vertenze sulle occupazioni delle fabbriche e della requisizione delle ville sfitte a favore degli sfrattati, dichiarò in consiglio comunale: “Signori consiglieri, voi avete nei miei confronti un solo diritto: quello di negarmi la fiducia. Ma non avete il diritto di dirmi: 'signor Sindaco non si interessi delle creature senza lavoro, senza casa, senza assistenza'. È mio dovere fondamentale questo; dovere che non ammette deroghe o discriminazioni".

E non si tratta soltanto di una scelta morale, ma è la risposta politica ai dettami  della nostra carta costituzionale. Non è l'elemosina, non è l'assistenzialismo. Nel 1956 La Pira polemizzando con Togliatti, affermava: “Quando l'On. Togliatti dice che a Firenze abbiamo fatto la politica dell'elemosina io gli rispondo che l'elemosina la faccio in privato. Come responsabile del governo della cosa pubblica io penso a dare strutturazione alle istituzioni perché sia riconosciuta ad ogni uomo la dignità  del suo lavoro, l'assistenza, l'educazione, la libertà. Si capisce che come amministratori non siamo dei legislatori, ma sappiamo usare le leggi usandole non in favore dei potenti ma a favore dei deboli”.

Ecco dunque i diritti di cittadinanza che, nella sicurezza, devono procedere di pari passo, ciascuno risultando delimitato ma anche valorizzato dagli altri. Ad esempio, il concetto di libertà, a partire dal liberalismo classico, ha in sé il concetto del limite; altrimenti quello che si contrabbanda per libertà è libertinaggio, è il 'me ne frego' di stampo fascista. Libertà  non è sottrarsi a delle regole, tranne poi ad invocare le regole quando fa comodo. La libertà sfrenata, la libertà  del più forte, è una falsa libertà , è la libertà  delle “libere volpi in liberi pollai”, che conviene solo alle volpi.

Quando la Rivoluzione Francese, certamente non tacciabile di clericalismo cristiano, mette a base della convivenza la “liberté” , la mitiga e la sostanzia con due altri termini: “égalité” e “fraternité”. Non basta dire che siamo tutti uguali, liberi. Bisogna promuovere la possibilità  dell'esercizio della libertà; altrimenti non facciamo città e ci accontentiamo di una democrazia formale invece di perseguire una democrazia sostanziale.

Dobbiamo credere, anche se qualche volta è faticoso, all'allargamento del controllo democratico sulla politica. Oggi si è trovato un nuovo modo di ostacolare questo processo, sottomettendo tutto il politico al primato delle leggi del mercato ( e qualche volta alla parodia di esse).

Oggi, viene da dire, è il mercato il vero oppio dei popoli: un liberismo che non mette ordine nelle attese e nei bisogni e crea alla fine solo il profitto, la competitività , l'efficienza, subordinando ad essi le ragioni della solidarietà, può affascinare sul momento ma non può reggere a lungo.

 

La città  icona della pace

 

Nel 1954 La Pira viene invitato a Ginevra all'assemblea internazionale della Croce Rossa a parlare, in quanto sindaco di Firenze, sulla protezione dei beni culturali negli eventi bellici; e qui ha occasione di fare - a mio giudizio - uno dei suoi discorsi più significativi.

Esordisce dando una definizione stupenda di Firenze: “la mia dolce, misurata e armoniosa Firenze…” ("mia": La Pira, che ha conservato un suo accento siciliano fino agli ultimi giorni di vita, si sentiva fiorentino e sente Firenze come sua). “…La mia dolce, misurata e armoniosa Firenze –prosegue- non vuole essere uccisa. Tutta le città della terra proclamano il loro inviolabile diritto all'esistenza. Nessuno ha il diritto, per qualsivoglia ragione, di ucciderle, perché noi amministratori abbiamo ricevuto le città dalle generazioni che sono passate, che hanno costruito palazzi, monumenti, tessuto sociale… ma questa città  non ci appartiene e non appartiene neanche a coloro che sono passati e non appartiene nemmeno ai nostri cittadini che pure sono gli elettori, perché questa città appartiene alle generazioni future".

Egli è esperto di diritto romano e sa che il tutore dell'erede minorenne aveva il diritto di gestire i beni dell’asse ereditario, ma non aveva il diritto di vendere la casa.  Infatti il diritto romano dice che la casa deve rimanere nella famiglia e la famiglia deve rimanere nella casa.

Quindi nessuno ha il diritto di distruggere questa casa, ricevuta in pegno dalle generazioni passate per le generazioni future.

Quindi il sindaco si interessa di pace, di politica internazionale perché ciò fa parte dei suoi doveri.

Sarebbe lungo ripercorrere tutte le occasioni in cui La Pira ha difeso e si è impegnato per la pace, ma dico solo che alle accuse di essere un idealista, un profeta sognatore, un utopista, egli rispondeva (e mi pare che tutto questo sia estremamente attuale): “Non sono io utopista, io sono il vero realista. Io che proclamo l'inevitabilità  della pace, la priorità  assoluta di risolvere i problemi con il negoziato. Sono utopisti drammaticamente coloro che si illudono che la guerra possa essere, oggi, uno strumento adatto a risolvere i problemi.”

In questo La Pira ha cercato di riflettere sul futuro a partire dalle radici del passato e lavorando nel presente.

 

Su ciascuno di questi temi, mi pare, c'è abbastanza da riflettere per la politica di oggi e per quella di domani.

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