| di Ernesto Preziosi
1. Realtà plurale
Se prendiamo in considerazione la città nella sua realtà plurale, le città appunto, lo facciamo perché nella storia secolare così come nelle più recenti evoluzioni, questo luogo, questa realtà diviene come un simbolo, un aspetto, un’immagine tutt’altro che astratta della politica.
Le città sono ancora oggi al centro di una profonda trasformazione. Cambiamento ancora più grande se misurato sulla scansione della storia. Si pensi che nel 1800, in epoca precedente alla rivoluzione industriale, solo il 2% della popolazione mondiale viveva in città (1). Con lo sviluppo industriale i centri urbani del Nord Europa si riempiono rapidamente: nel 1900 vive in città il 14% della popolazione globale. In poco più di un secolo, la percentuale dei "cittadini" sale al 47%, dopo il trentennio di urbanizzazione nei Paesi in via di sviluppo. Il dato è aggiornato al 2005. Al dato storico si aggiunge una considerazione di prospettiva: secondo le previsioni degli esperti dell'ONU "il sorpasso" avverrà all'inizio del 2006: nelle città vivrà la maggior parte della popolazione mondiale. Se il trend continua così, la popolazione urbana raddoppierà ogni 38 anni. Già nel 2030 i "cittadini" saranno il 60% del totale (2).
Città allora per parlare dei problemi veri della politica, per cogliere ed ascoltare dalla vita della gente che cosa la politica dovrebbe mettere in agenda.
Città, lo anticipiamo subito, come luogo ed esempio di politica solidale, di una realtà amicale con cui vorremmo fare i conti e al servizio della quale nasce anche l’associazione “Argomenti 2000” che si definisce “di amicizia politica”; un’amicizia civica al servizio della città e di quel concetto di bene comune così caro al pensiero sociale cattolico e all’esperienza del cattolicesimo sociale e democratico. Città, come luogo e occasione per un rilancio non formalistico della politica, per innescare una nuova stagione di partecipazione.
Perché nella città nasce la politica e ogni riduzione tecnicistica di “buon governo” è fallace, perché difetta di quelle scelte che solo la politica può fare. E per questo non si può rinunciare all’argomento del controllo democratico sulla politica.
2. Dalle antiche mura alle nuove integrazioni
La città come luogo dove si verifica la politica: territorio/persone. La politica diventa reale quando siamo a contatto con le persone, con i loro problemi, nella dimensione concreta e feriale del territorio. Città allora come occasione per quel confronto che chiede di mettere al centro la persona e lo realizza vedendo il convergere di differenti culture. La persona - e noi sappiamo che intendiamo dire soprattutto la persona più debole – riceve dalla città una risposta di protezione, di sicurezza non più affidata alle mura e alle fortificazioni ma alla possibilità di “convivere per vivere” così come affermava in una lucida analisi il vescovo ausiliare di Sarajevo disegnando un futuro di accoglienza, di integrazione per una città simbolo così martoriata (3). Quel simbolo ci parla di un futuro, vicino e che per tanti versi già viviamo, in cui la città sperimenterà nuovi percorsi di integrazione, in cui regole comuni e condivise favoriranno la pacifica convivenza. E tutto ciò non in astratto ma nella concretezza del territorio dove fa premio la conoscenza diretta e la volontà di collaborare.
3. La città locale e la città globale
è sempre più evidente la necessità di pensare globalmente e di agire localmente. La città allora come crocevia anche delle grandi trasformazioni.
Volendo evidenziare la dinamica di fondo attorno a cui si muovono le principali città del mondo, Bauman evidenzia che le città globali sono entrate in una nuova fase storica a partire dalla fine del XX secolo. Epicentro delle trasformazioni in corso, esse vanno osservate attentamente per capire cosa sta avvenendo.
La trasformazione nasce dagli effetti prodotti da un duplice movimento:
- nelle grandi aree urbane si concentrano le funzioni più avanzate del capitalismo;
- le città diventano oggetto di nuovi e intensi flussi di popolazione (sia nei quartieri alti, con un'élite mobile e altamente specializzata, sia nei quartieri bassi con l'ampliamento delle cinture periferiche) e in esse assistiamo a una verticalizzazione per cui i ricchi diventano più ricchi e i poveri sprofondano nella miseria.
L'effetto di questo doppio movimento si manifesta in riqualificazione e investimenti nei quartieri centrali e persistente degrado in quelli periferici. Aumenta pertanto la paura e il ceto medio rischia di rimanere vittima di un processo che non controlla fino alla perdita del benessere conquistato.
È un fatto: a fronte di questa dinamica strutturale non stupiscono le speculazioni sulla paura fino a farne la base per una politica di controllo e di repressione (4). Ma la paura non è un sentire che può essere isolato e risolto a sé. Il politico deve saperlo ricondurre in un quadro in cui la prevenzione, l’integrazione dei ‘diversi’ o degli immigrati, sono il vero rimedio. Le politiche della sicurezza non avranno efficacia duratura se disgiunte dalle politiche del lavoro e dell’integrazione sociale.
L'interrogativo dei prossimi anni sarà quello di come sfuggire ad un destino triste che ci fa appiattire sulle emergenze, consapevoli che per ricostruire equilibri socialmente accettabili ci vorrà tempo, pazienza e impegno. Ci vorranno idee e persone capaci di rassicurare.
Il modello teorico di Bauman può essere utilizzato per analizzare a pieno titolo la "città globale". Quelle città in cui una serie di fattori fanno sì che si realizzi un nodo strategico rispetto a ricerca, finanza, terziario avanzato e innovazione, meglio ancora se alla luce di una tradizione consolidata di integrazione che favorisce il ricrearsi di condizioni di fiducia e di rispetto reciproco, oltre la frammentazione e la paura.
La nostra epoca, venendo dopo una lunga evoluzione della storia dell’umanità e di conseguenza del significato della città, si caratterizza come un’epoca nuova in cui dovrà essere dato spazio al progetto capace di interpretare i segni presenti e di offrire soluzioni politiche alle città del futuro.
4. La città problemi/risorse e la capacità di una spinta ideale: l'utopia di Giorgio La Pira
La gravità della crisi politica che attraversa il nostro paese è tale ed ha tali ricadute sulla partecipazione democratica da non consentire a nessuno forme di riduzionismo della politica a conflitto personale.
Davanti agli occhi di chi fa politica ai vari livelli, non può mancare la visione concreta e ideale che aveva Giorgio La Pira:
«Le Città di Giorgio La Pira hanno sempre la C maiuscola. Il loro “autore” le considerava come delle entità spirituali, custodi e quindi “domicilio” della vita dei loro abitanti. Più che delle costruzioni le Città erano delle incarnazioni, dove i caratteri formali dell’urbanistica e i caratteri ideali della storia erano sottoposti alla durezza dell’esistere e all’annuncio del Vangelo» (5).
Non è forse vero «che la persona umana si radica nella città, come l’albero nel suolo?» disse nel 1955 al Convegno fiorentino dei Sindaci delle Capitali. «Essa si radica negli elementi essenziali della Città e cioè: nel tempio, nella casa, nella officina, nella scuola, nell’ospedale. […] La crisi del tempo nostro può essere definita come sradicamento della persona dal contesto organico della città. Questa crisi non potrà essere risolta che mediante un radicamento nuovo, più profondo, più organico, della persona nella città in cui essa è nata e nella cui storia e tradizione essa è organicamente inserita. […] A tutti si fa chiaro che in una città un posto deve esserci per tutti: un posto per pregare (la chiesa), un posto per amare (la casa), per posto per lavorare (l’officina), un posto per pensare (la scuola), un posto per guarire (l’ospedale). In questo quadro cittadino, perciò, i problemi politici ed economici, sociali e tecnici, culturali e religiosi della nostra epoca, prendono una impostazione elementare ed umana!» (6).
Parole alte affidate ad una progettualità politica affidata ad interlocutori che presentano un quadro di oggettiva debolezza.
Le nuove soggettività nate in luogo o dalla fusione/evoluzione dei partiti tradizionali presentano con ogni evidenza, e a motivo della loro genesi, una debolezza di identità politica che costituisce il vero campo di investimento se si vuole che i partiti tornino ad essere punto di riferimento e motore delle alleanze e più ancora di una robusta progettualità. "La città, le città" ci dovrebbero insegnare che l’identità si costruisce con gli altri, nel confronto nel dibattito fatto sulle differenze ma sempre in positivo, in maniera costruttiva, mai in contrapposizione. Perché quest’ultima è sterile e finisce per sclerotizzare una identità. Il dialogo in fondo non è frutto di debolezza ma, al contrario, di serena, consapevole, identità.
Ed è per questo che volendo motivare la partecipazione politica a partire dalla città nel recente convegno di “Argomenti 2000” abbiamo fatto riferimento alla figura e all’esperienza di Giorgio La Pira, il professore d’origine siciliana che ha saputo in tanti modi, con costanza e fantasia, rivisitare la funzione della città, indicare a tutti la necessità di trovarne la ragione profonda, la domanda più intensa, in una parola la vocazione, necessaria per poterla amministrare; e l’uomo che ha saputo tracciare, con il suo ruolo di sindaco di una città che guardava all’intero mondo, strade di pace, ponti, sentieri che, come nella profezia di Isaia conducessero oltre le difficoltà del presente, verso quella città perfetta, ideale, che quindi non è di questo mondo e di cui la città, le nostre città terrene offrono una immagine.
NOTE
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