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Istituzioni politiche e qualità della democrazia urbana

 

di Luigi Alfieri - Docente di Filosofia politica all'Università di Urbino

 

Vorrei prospettare anzitutto una tesi riguardo al nesso città-politica-democrazia, cioè che senza una dimensione urbana, senza una società urbanizzata non possiamo parlare di democrazia, e neppure di politica. Al di fuori o prima della dimensione urbana ci sono molti fenomeni che certamente sono presenti anche nel politico, ma che di per sé sono prepolitici e, sarebbe il caso di dire, apolitici. Dimensioni come il potere, come la forza, come l’autorità stessa non sono, a mio parere, dimensioni radicate nel politico, ma sono in qualche modo dimensioni extrapolitiche. 

Evidentemente, questa tesi presuppone un’accezione storicamente restrittiva del concetto di politica. Un’accezione che non considera cioè la dimensione politica come costitutiva dell’uomo in quanto tale, come presente in tutte le società, come riscontrabile ovunque, in qualunque fenomeno di convivenza umana.

Quest’accezione del politico vede nella città precisamente la dimensione originaria, ed anche l’unico ambiente in cui propriamente possano attecchire i fenomeni politici. È evidente che si tratta di un’accezione di tipo greco: non è un dato semplicemente linguistico che politica venga da polis, e quindi sia un termine, in greco, che ha senso solo se riferito ad una polis. Al di fuori di questa dimensione, i greci lo sanno bene, c’è il regno dei persiani: il basileus per eccellenza è il re dei re, il re di Persia. E ci sono società barbariche di nomadi o di contadini. Ma, appunto, queste non sono dimensioni politiche: su questo tutti gli autori greci concordano perfettamente. Il rapporto tra il basileus ed i suoi sudditi è identico al rapporto tra il padrone ed il suoi schiavi; e tra il padrone ed i suoi schiavi non si ha un rapporto politico, si ha un rapporto privato: un rapporto di proprietà. E tra i barbari non soggetti ad un re può esservi libertà, ma è quella delle bestie selvagge. Nella politica, evidentemente, sussiste un rapporto di tipo completamente diverso. E cioè, quale che sia l’organizzazione politica della città - e nel mondo greco ne sono presenti forme svariatissime - è comunque un dato di partenza il fatto che il rapporto politico intercorre tra soggetti ciascuno dei quali è padrone di sé, capace di autoregolarsi. Senza autonomia dei singoli - non soltanto libertà, che può essere anche dei barbari, ma autonomia dei singoli, il che è decisamente di più - non potrebbe esserci politica. Il che implica, come elemento costitutivo della politica, una base di uguaglianza. E credo che questo possa essere affermato per qualunque forma d’organizzazione del politico.

Non vorrei si pensasse che, in quanto mi soffermo sul mondo greco, il mio voglia essere un discorso di carattere storico: vuole essere semmai un discorso di carattere definitorio. Vuole chiarire dei concetti tenendo conto della loro origine, dal momento che la loro origine fa parte del contenuto di questi concetti. Non possiamo decontestualizzarli se non perdendone il senso.

Il concetto di politica non è un concetto neutro, non è un concetto universale, non possiamo applicarlo a qualunque tipo di rapporti intersoggettivi, non possiamo riferirlo ad ogni tipo di civiltà e di cultura. Dobbiamo ritenerlo radicato in una particolare esperienza. Un’esperienza che naturalmente cambia nel tempo, che nel tempo soprattutto si estende, che raggiunge dimensioni geografiche e culturali che le erano prima del tutto estranee, ma comunque è un terreno d’origine dal quale il concetto di politica non può mai interamente distaccarsi.

È perfettamente possibile che la politica non sia democrazia. È perfettamente possibile che la polis non sia strutturata democraticamente. Ma in tutti i casi c’è comunque un presupposto: la politica non è cosa di schiavi, e la città non è cosa di schiavi. Gli schiavi che vi sono presenti evidentemente non sono cittadini, e quindi, altrettanto evidentemente, i cittadini non sono schiavi di nessuno, neppure del loro sovrano, quando hanno un sovrano. Ed è chiaro che il tipo di sovranità che ha a che fare con i cittadini non è lo stesso tipo di sovranità che ha a che fare con sudditi schiavi.

Questo implica soprattutto due aspetti. Un aspetto è il fondamentale riconoscimento della sfera privata come intangibile, almeno in linea di principio, dal potere costituito. Se parliamo di politica come rapporto tra soggetti autonomi, questo evidentemente implica che nessuno di questi soggetti riconosca a nessun altro un’autorità sulla propria dimensione personale, privata, domestica, ed anche sulla propria sfera interna.

Un’altra fondamentalissima conseguenza è che, per quanto grandi possano essere le differenze, sia meramente fattuali, sia anche codificate, istituzionalizzate, regolate ed addirittura imposte tra i cittadini, queste differenze si sviluppano a partire da una base comune. Ci deve essere un livello in cui tutti i cittadini in quanto tali sono uguali. Un livello dunque in cui le differenze sono riassorbite, rese in qualche modo indifferenti. Consentendo dunque ai soggetti di rapportarsi, per una parte piccola o grande della loro sfera d’azione, come uguali.

  In una dimensione politica, è chiaro che questa sfera di uguaglianza è precisamente la natura di cittadini, che deve essere considerata non come una condizione privata, ma come una condizione pubblica. Chiaramente, il cittadino non è semplicemente l’abitatore della città, non è colui che ha una casa tra le tante case che compongono la città intesa come complesso di edifici. L’essere cittadino non è un fatto di residenza. L’essere cittadino è l’essere investito di una vera e propria funzione pubblica. Il soggetto deve essere libero e autonomo nella sua sfera privata per poter essere cittadino, ma appunto in quanto è cittadino si trova ad essere portatore di una funzione pubblica, che potrà essere grande o piccola, anche molto piccola, ma non potrà mancare senza che venga meno, appunto, la città stessa e dunque la stessa dimensione politica.

Il cittadino è tale in quanto chiamato a formare, insieme con gli altri, una volontà politica: è tale in quanto soggetto politico.

In un certo senso, potremmo dire che l’essere cittadino è di per sé l’essere un funzionario della città. E dunque bisogna evitare di confondere le due dimensione dell’essere cittadino che abbiamo individuato prima: non sono affatto la stessa cosa. Non sono affatto sovrapponibili. Una cosa è la dimensione dell’essere libero, autonomo, e quindi padrone di sé, e una cosa è l’essere soggetto politico in quanto cittadino. Riguardo al primo aspetto, il cittadino è semplicemente tutelato, garantito contro l’intervento di altri soggetti nella propria sfera: è garantito nel suo isolamento. Ma questo di per sé non basterebbe a fare di lui un  cittadino, sebbene solo a partire dall’essere cittadino, in effetti, questa dimensione di autonomia privata possa essere considerata, garantita e valorizzata; ma nel momento in cui il cittadino agisce come tale insieme agli altri cittadini, allora la sua dimensione di libertà ed autonomia privata è completamente messa da parte. Il cittadino deve decidere insieme agli altri qual è il bene comune. Non gli viene mai chiesto, non gli potrebbe mai essere chiesto qual è il suo interesse personale. Non è questa la domanda che gli viene rivolta nel momento in cui viene interrogato riguardo alla sua posizione di cittadino, nel momento in cui viene chiamato ad esprimersi.

È chiaro che una cosa è la dimensione concettuale ed una cosa è la dimensione pratica. Però sarebbe un gravissimo errore ritenere che la dimensione concettuale sia una mera astrazione trascurabile e ininfluente e che alla fine tutto ricada soltanto nella sfera pratica. Questo equivarrebbe a riassorbire senza residui la politica nell’economia, ed escluderebbe la possibilità stessa di pensare una soggettività politica. Possiamo discutere a lungo su quale possa essere l’effettiva praticità di questa dimensione concettuale, ma non possiamo non soffermarci su questa dimensione concettuale se pensiamo che la parola politica abbia un senso.

C’è politica soltanto in un contesto in cui il cittadino viene chiamato a decidere qual è l’interesse pubblico, a prescindere dal suo interesse privato.

La domanda è che cosa deve fare la città; qual è il bene per la città. Altrimenti l’autonomia privata sarebbe quella di soggetti irrelati tra cui non ci può essere riconoscimento, e tra cui alla fine potrebbe decidere soltanto il rapporto di forza. Non esiste una prassi politica senza una qualche effettività della separazione tra pubblico interesse e interesse privato.

Sto sfondando, credo, molte porte aperte, ma forse non tutte sono così aperte. Le cose, molto semplici e molto generiche, che sto dicendo hanno già alcune conseguenze piuttosto pesanti. Per esempio, c’è quanto meno un grosso punto interrogativo rispetto al concetto di liberalismo, per lo meno nell’accezione che di fatto si tende ad attribuirgli, quella cioè dell’immediata sovrapponibilità tra interesse economico e interesse politico, dell’immediata contiguità tra soggettività economica e soggettività politica.

Naturalmente si potrebbe, e non sarebbe per niente difficile, dimostrare che questo concetto di liberalismo non è mai stato, neppure lontanamente, il concetto dei grandi pensatori liberali. Però, siccome purtroppo rischia di divenire una sorta di verità ufficiale la concezione per cui essere liberali significa in qualche modo escludere una dignità della dimensione politica in quanto tale, credo che sfondare questa porta che dovrebbe essere aperta non sia un’operazione tanto superflua.

Viene spesso citata una frase attribuita a Margaret Thatcher: la società non esiste, esistono gli individui. Si tratta di una colossale falsità. Se non esiste la società politica non esistono nemmeno gli individui, gli individui liberi: esistono padroni e schiavi. Ed è purtroppo una realtà che nella mente di alcuni, e forse anche nei programmi politici di certe forze a livello internazionale, il liberalismo venga confuso con una sorta di legge del più forte in cui potranno tornare ad esserci padroni e schiavi, magari su basi un po’ diverse ed anche un po’ meno nette e sincere rispetto a quelle del passato.

Ritengo di estrema importanza a questo proposito richiamarsi alla teoria della volontà generale di Rousseau. Non si tratta di un’astrazione piuttosto stravagante di un pensatore poco attento alla prassi, come da alcuni interpreti è stata considerata, ma rappresenta precisamente la condizione minima per parlare di politica, in generale. Non ha senso la parola politica se non presupponiamo uno scarto fra la volontà politica che viene espressa e la dimensione soggettiva, individuale e privata.

Esiste riguardo alla democrazia un gravissimo equivoco, cioè che la democrazia consista nel fatto che ognuno è garantito nella tutela dei suoi interessi.

Invece, la democrazia è tale quando nessuno interviene in prima persona per la tutela dei suoi interessi, e la tutela degli interessi privati avviene soltanto a partire dalla definizione di un interesse pubblico costruito in comune. È solo a partire dall’interesse pubblico che è possibile dare una legittimazione agli interessi privati, a certi interessi privati, entro un certo limite. Ed in proposito bisognerebbe anche evitare certe forme abbastanza grossolane di naturalismo, quasi che il soggetto portatore di interessi fosse un dato naturale, immediato, ontologico, oggettivo, e che soltanto a partire da questo si costituisca un’arena politica. Quasi che prima ci fosse il singolo, e poi dalla comunione dei singoli potesse nascere la città. È esattamente il contrario: è dalla città che nasce la possibilità di costituire il singolo; è dalla dignità di cittadino che discende la possibilità di essere anche soggetto libero e dotato di una propria sfera privata. Solo in quanto è investito della dignità di cittadino - che, insisto, è una funzione pubblica, è una carica, è una magistratura - il soggetto è anche autonomo nel privato, cioè non è uno schiavo.

La sola alternativa all’essere cittadino, cioè pubblico funzionario, è l’essere schiavo; eventualmente schiavo di se stesso. Gli autori greci, e penso soprattutto a Platone, sono molto chiari su questo e arrivano anche ad immaginare una situazione in cui la città, che evidentemente non sarebbe più tale se non in senso meramente architettonico, possa essere composta soltanto di soggetti schiavi di se stessi. È qui che il modello greco ci pone delle difficoltà e ci costringe anche ad un distacco, perché in realtà il modello greco non riesce a concepire propriamente la democrazia come dimensione politica.

Riguardo alla democrazia nel mondo antico bisogna stare molto attenti: è indubbiamente vero che la democrazia è storicamente radicata nell’antica Grecia, ma è altrettanto vero e non meno importante che il mondo greco non ha prodotto nessuna teoria democratica: al massimo ha prodotto teorie anti-democratiche, teorie ostili alla democrazia.

In altri termini, il mondo greco vede una contrapposizione che noi non comprendiamo più. Vede cioè una contrapposizione tra politica e democrazia. L’essere cittadino, nella mentalità greca, esclude il dominio di una maggioranza identificata con una classe economica, quella dei più poveri, che in quanto tali sono necessariamente, e neanche per colpa loro, schiavi del proprio interesse. Il povero, nell’ottica greca, è costretto ad essere innanzitutto soggetto economico. Il povero deve innanzitutto pensare a soddisfare i propri bisogni. Questo è legittimo, ma gli fa identificare i propri bisogni con i pubblici interessi: gli impedisce di essere pienamente cittadino. Per questo, nella mentalità greca ci dovrebbe essere una gradualità dell’essere cittadino. Se certamente chiunque non sia schiavo, straniero o donna è cittadino, non tutti lo possono essere allo stesso livello, non tutti lo possono essere con lo stesso grado di assorbimento. L’ideale, mai realizzato praticamente, sarebbe quello del soggetto che riesce ad essere solo cittadino, che cioè non ha bisogno di avere una sfera privata, degli interessi economici, e vive unicamente in quanto funzionario della collettività. Il filosofo di Platone è esattamente questo, e nulla di diverso da questo. E sarebbe assai superficiale attenersi alla tradizionalissima ma fragilissima tesi che ciò sia un’utopia. È piuttosto l’assunzione rigorosa e rigorista del modello dominante in tutta la teoria politica greca ed esplicitamente riconosciuto in molte costituzioni, particolarmente in quella spartana. In larga misura, l’“utopia” platonica è la revisione del un modello spartano per adattarlo alla tradizione ateniese e per dargli una dignità intellettuale molto maggiore e un’apertura metafisica.

Naturalmente non si tratta di ripartire da Platone. Però è importante comprendere quale fosse il suo problema, proprio se non vogliamo considerare utopica la politica in quanto tale, se non vogliamo cioè considerare una mera assurdità che sulla scena politica si sia chiamati ad essere esclusivamente cittadini. Può darsi che sia un’utopia, in un certo senso del termine, ma non in quanto astrazione impossibile e superflua, piuttosto come rigorizzazione teorica di un principio che deve comunque avere un rilevante grado di attuazione nella prassi.

Questo scarto tra interesse pubblico ed interesse privato, appunto, può esistere esclusivamente in una dimensione “urbana”, certo non in un senso troppo letterale, quasi che la democrazia potesse avere soltanto una dimensione municipale. 

In effetti, la dimensione municipale della democrazia non è secondaria, e credo che gli ultimi anni dell’esperienza politica italiana rappresentino un buon terreno di studio su quest’aspetto. Il cittadino si costituisce come tale, si educa, si auto-educa e viene anche educato dagli altri ad essere tale, precisamente a partire dalla dimensione municipale, che è la dimensione basilare della democrazia, perché è quella in cui lo scarto tra l’essere cittadino e l’essere soggetto privato è ancora contenuto, è abbastanza facilmente gestibile dal singolo. Il quale magari, senza neppure pensarci troppo, comprende bene che non deve badare solo a se stesso, perché conviene anche a lui avere buone strade, una buona illuminazione pubblica, buoni trasporti, buona assistenza e così via.

C’è indubbiamente una maggiore facilità di identificarsi con l’interesse pubblico quando quella pubblica è una dimensione familiare, quotidiana, di vita pratica. Ma soltanto a partire da un impegno a questo livello è possibile percepire dimensioni più allargate della democrazia, come quella nazionale e quella soprannazionale.

Non voglio soffermarmi molto sul sistema politico italiano. Però non si può non rilevare che esso fornisce molti spunti per una riflessione su questo tema. In Italia abbiamo assistito sicuramente ad una maturazione importante e promettente riguardo alla gestione degli enti locali, mentre la dimensione ‘Stato’ continua a presentare i vizi e difetti di sempre. Tanto si è scritto, giustamente, sui limiti della classe politica italiana - che dei limiti pesantissimi li ha, e li abbiamo purtroppo sotto gli occhi tutti i giorni - ma certamente dovremmo smettere di considerare la classe politica come se si originasse da una sorta d’invasione di marziani, o d’invasione degli Hyxos, secondo la celebre definizione che Croce diede del fascismo.

Evidentemente, questa chiara insufficienza della classe politica italiana complessivamente intesa, a livello statale (a livello locale la situazione è notevolmente diversa), dipende in larga misura proprio da un’irrisolta difficoltà per il cittadino di sviluppare la propria autoeducazione fino ad un sufficiente grado di distacco del pubblico dal privato, che consenta scelte politiche misurate su una scala più vasta di principi e valori.

Probabilmente anche per ragioni storiche ben precise, il cittadino italiano non riesce facilmente a dare un senso al proprio essere italiano, e soprattutto non riesce a percepire l’essere cittadino, a questo livello, come l’essere titolare di una funzione pubblica. Ed ecco allora che c’è la pericolosa tentazione di cedere al proprio interesse, e c’è una tentazione ancora più pericolosa, che è quella di far cedere al proprio interesse la propria libertà. Il voto di scambio, il voto clientelare, non è soltanto un fenomeno di malcostume, è qualcosa di molto più importante e di molto peggiore. È proprio l’abdicazione del cittadino dalla sua funzione; è il collocarsi al di fuori della città. E non dovremmo mai perdere di vista che al di fuori della città abbiamo sempre e soltanto padroni e schiavi.

 

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