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La 46ª Settimana sociale dei cattolici italiani tenutasi dal 14 al 17 ottobre 2010 a Reggio Calabria, su "Cattolici nell'Italia di oggi. Un'agenda di speranza per il futuro del Paese", ha segnato una tappa significativa nel cammino verso una nuova presa di coscienza della responsabilità dei credenti nella società italiana. Infatti l'esperienza delle Settimane sociali, che ha oltre 100 anni di vita, essendo stata inaugurata a Pistoia nel 1907 (mi permetto in proposito di rinviare al mio volume Tra storia e futuro. Cento anni di Settimane sociali dei cattolici italiani, AVE, Roma 2010, euro 10), può aiutare a rileggere il percorso dei cattolici nella storia nazionale e favorire un'utile riflessione per sostenerne l'impegno futuro.
La novità della fede
L'impegno riguarda ogni credente: "In quest'ora esigente" - ha detto il cardinale Angelo Bagnasco nella prolusione - un cattolico "non può tacere l'assoluta novità della fede" e neppure può mancare alla "duplice fedeltà a Dio e all'uomo". Solo così ogni cattolico sarà "capace di segnare la storia" e costruire "una città dove l'uomo si sente veramente a casa". Essere "trasparenza di Dio" cioè una "coerenza" che è "umiltà e coraggio": questa è la testimonianza - ha concluso - che "i cattolici, a motivo della loro fede, devono offrire al Paese".
Nel contesto ecclesiale, richiamare la stagione delle Settimane significa soprattutto fare i conti con il metodo che quella esperienza insegna: leggere la storia, i principali problemi del dibattito sociale e politico e tentare di offrire risposte adeguate alla luce del Vangelo e della Dottrina sociale cristiana (DSC). Da questo punto di vista le Settimane, così come la stessa DSC, vanno considerate non solo in sé, per i temi affrontati, ma anche per la loro utilità rispetto la costruzione di una comunità cristiana matura, così come per l'incentivo che possono offrire ad un laicato che prenda sempre più coscienza della propria chiamata nella vita della Chiesa e nell'animazione della città degli uomini, nel Paese.
Un passo avanti
Guardando i numeri, le presenze e il coinvolgimento nel cammino preparatorio delle diocesi italiane, si può dire che un passo avanti è stato compiuto.
Alla 46ª Settimana Sociale di Reggio Calabria hanno partecipato come delegati 1.200 persone, provenienti da 184 diocesi italiane. Tra di essi, 300 giovani, 177 i rappresentanti di associazioni e movimenti laicali, 66 vescovi, 204 sacerdoti, 29 tra religiosi e religiose, 9 diaconi. Notevole il lavoro previo. Il Comitato Scientifico e Organizzatore delle Settimane sociali è stato impegnato, nei due anni di preparazione, in oltre un centinaio di eventi. Dieci seminari nazionali sono stati organizzati a Caltagirone, Milano, Montesilvano-Pescara, Prato, Taranto, Genova, Potenza, Reggio Calabria, Verona, Bari; 19 incontri di approfondimento sono stati promossi da alcune realtà ecclesiali, associative e accademiche. E ancora, 8 incontri della Pastorale giovanile si sono tenuti nelle Marche, Emilia Romagna, Liguria, Basilicata, Campania, Piemonte, Calabria e Lombardia, culminando nell'appuntamento nazionale del 10 e 11 aprile 2010 a Roma. Infine 16 sono gli incontri regionali promossi dall'Azione Cattolica italiana in tutte le regioni ecclesiastiche (i testi degli interventi sono ora raccolti in Un Paese che spera (Ave, 2010). Intenso è stato anche il contributo di riflessione, con ben 28 documenti prodotti da associazioni e organismi ecclesiali, sindacali e politici.
Il clima complessivo dell'evento, il maggior spazio dedicato, attraverso i laboratori, ad una partecipazione attiva dei delegati, hanno favorito i lavori della Settimana. Al centro l'obiettivo del necessario discernimento che i cristiani debbono attuare nel leggere i segni dei tempi. Un discernimento che è prima di tutto spirituale.
"La verità del discernimento cristiano" - ha notato il vice presidente del Comitato Scientifico ed Organizzatore, Luca Diotallevi - non sta in fondo "nei programmi e nelle azioni che pure deve generare, ma nell'amore da cui si lascia rinnovare". Infatti come ogni "operazione spirituale il discernimento è esposto al bivio tra progettualità cinica ed ambiziosa e responsabilità umile e coraggiosa. In ogni oggi noi siamo esposti a questo bivio, perché in ogni oggi siamo chiamati a sperare da chi ci invita ad ascoltare oggi la Sua voce". La stessa attesa della Gerusalemme Celeste (Ap 21, 1-2) "anima quella cura del bene comune che trasforma sempre di nuovo il vivere sociale in città e che non confonde le due città". Per scegliere quindi - è ancora l'invito che è venuto da Diotallevi - i cristiani non debbono attaccarsi ai programmi ma alla "responsabilità da cui sono nati". Già, la responsabilità e i modi per farla crescere nella fiducia e nel rispetto delle capacità di ciascuno. La Settimana ha rilanciato il bisogno di responsabilità che divenga presa di iniziativa per superare l'impasse presente.
Alcune criticità
Vi è un aspetto problematico che va posto agli organizzatori della Settimana. Ormai da tempo si nota una sorta di divario tra le linee proposte dalle relazioni iniziali e l'orientamento espresso dai delegati nella loro larga maggioranza; orientamento ancora più evidente in questa edizione grazie allo spazio dedicato ai gruppi di lavoro. Nei gruppi infatti è stato integrato, ma anche criticato, più di un passaggio delle relazioni iniziali, e in particolare le modalità con cui si interviene nella situazione economico-politica presente. Ma il punto è: siamo in grado di offrire una propositività? Di andare oltre l'analisi? Chi deve proporre un progetto che declini la riflessione emersa? C'è un aspetto di metodo con cui fare i conti. Si dovrebbe arrivare alla Settimana sociale attraverso seminari preparatori mirati cui affidare il compito di stendere alcune proposte sotto forma di tesi; proposte che poi, durante la Settimana, potrebbero essere presentate e discusse e varate come scelta comune. Comprendo che questo metodo espone a rischi e anche ad eventuali divergenze che, se amplificate negli spazi mediali porterebbero ad una immagine di chiesa divisa. Ma d'altra parte non può essere sufficiente proporre delle analisi che inevitabilmente si fermano ad un certo punto, stando ben attenti a non sbilanciarsi dall'una o dall'altra parte. Proprio questo chiede il discernimento: una proposta da discutere, con cui confrontarsi, e una scelta con cui indicare la strada possibile.
Un altro punto di criticità sta nel silenzio della grande stampa quotidiana che ha pressoché ignorato l'evento nonostante gli oltre 150 giornalisti accreditati. Anche in questo caso alcune domande è lecito porsele perché risulta quanto meno singolare che un tema come quello dell'impegno politico dei credenti, in un momento tanto delicato quale l'odierno, non costituisca notizia di interesse per la stampa laica. A meno che anche quest'ultima non si sia persuasa che le grandi assise, celebrate appunto come eventi, hanno poco valore e sono più legate a un momento celebrativo, mentre le scelte, le decisioni, vengono prese altrove. Sarebbe grave. Per la stampa, ma non solo per questa.
Spinta dal basso
"I figli da soli non bastano" ha affermato il prof. Savagnone della diocesi di Palermo, riscuotendo dal pubblico uno dei numerosi applausi che hanno contrassegnato il suo intervento. L'affermazione è suonata come una riposta indiretta a l'economista Gotti Tedeschi che, nella sua relazione, aveva sostenuto che il mondo occidentale ha smesso di fare figli intorno al 1975 e aveva sottolineato come, se la popolazione non aumenta, non aumenta il PIL, crolla il risparmio e crescono costi per la pressione fiscale e l'assistenza.
L'affermazione, fatta da Savagnone e condivisa da tanti, è chiara: ci sono i giovani, ma non ci sono i posti di lavoro. Come dire: l'economia e le leve politiche che possono intervenire debbono far sì che vi sia una possibilità di sviluppo, la crescita di condizioni che consentano ai giovani di trovare un'occupazione.
La famiglia va riconosciuta in tutta la sua importanza, nella sua generatività e nelle relazioni che in essa nascono e si evolvono. È da qui che nasce il suo valore sociale e il dato oggettivo che vede nella famiglia una priorità di sistema e a maggior motivo una priorità nell'agenda politica del Paese. Ma non si può chiedere alla famiglia di farsi carico di questioni ben più complesse. Il problema è più grande e riguarda il bene comune.
Durante la Settimana, Savagnone ha richiamato il documento che i vescovi italiani hanno scritto nel febbraio scorso: Per un paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno, documento che non può esser considerato come rivolto al sud, bensì all'intero Paese per far crescere una logica solidale. Anche se i primi a dover essere responsabilizzati sono i meridionali al di fuori di ogni vittimismo o aspettativa nell'intervento dello Stato. D'altra parte un lungo applauso ha sottolineato la critica netta che Savagnone ha rivolto verso una classe dirigente "inefficiente e corrotta". Per questo, dice il documento della CEI, il problema del sud non è economico ma culturale. Ne discende che l'impegno culturale è una priorità. In proposito è stato richiamato quanto aveva già affermato il sociologo Garelli, intervenendo al terzo convegno ecclesiale a Palermo nel '95, e cioè come un grande silenzio sia sceso nelle nostre comunità: non si discute più. La Settimana ha costituito un segnale di inversione di tendenza rispetto ad una realtà diffusa: "I nostri centri parrocchiali non sono centri culturali" e la stessa proposta pastorale fa molta fatica a formare cristiani a tutto tondo. Il rischio è - come ha ancora sottolineato Savagnone - di trovarci di fronte a persone che sono clericali dentro e laicisti fuori.
I convegni, le Settimane, possono essere fatti simbolici, ciò che va messo sotto osservazione è la pastorale ordinaria. Ecco il tema, o meglio il problema, su cui effettuare una verifica attenta. Anche qui Savagnone ha marcato i toni: veniamo dal decennio in cui la chiesa italiana ha messo a tema: "Annunciare il Vangelo in un mondo che cambia". Se vogliamo farne un bilancio vediamo che molto è cambiato nel mondo e poco nella comunità ecclesiale, nella pastorale.
I temi politici
Tre giorni di incontri, di dibattiti, di ascolto, di confronto hanno offerto l'immagine di una chiesa viva e diffusa.
Alcune delle relazioni hanno messo in luce come l'attualità rispetto cui scegliere l'agenda non è di per sé sufficiente in quanto le soluzioni chiedono tempi lunghi, pur non rinunciando a scelte che investono l'oggi.
Delusi quanti si aspettavano qualcosa di più "politico". Non che siano mancati i riferimenti al dibattito presente.
Il rettore dell'Università Cattolica Lorenzo Ornaghi, ad esempio, ha spezzato una lancia a favore di un federalismo "autenticamente solidale" che potrebbe avere due importanti effetti positivi per il futuro, così come ha affermato che "ogni riforma elettorale o costituzionale, per essere realmente utile, non può non avere tra i suoi obiettivi primari quello di bloccare e invertire il deficit crescente di rappresentatività politica".
Ma i temi più propriamente politici sono rimasti sullo sfondo, mentre privilegiata è stata la panoramica sulla presenza sociale del cattolicesimo italiano.
La speranza e il futuro
Il riconsiderare il cammino delle Settimane Sociali, nel loro insieme, comporta in definitiva una riflessione ben più ampia sull'attuale momento che vive la comunità cristiana. Chiede di affrontare con uno sguardo prospettico la questione laicale e, in essa, anche la stessa "questione dell'Azione Cattolica" cui nel disegno montiniano post-conciliare era affidata la capacità di rendere patrimonio comune del laicato l'azione della Conferenza Episcopale nella sua nuova soggettività. La verifica della difficoltà con cui ad esempio il Progetto culturale ha raggiunto il livello di base, la comunità cristiana diffusa, fa pensare alla necessità di uno strumento che, accanto alla vitalità di gruppi e movimenti, operi secondo le note del numero 20 dell'Apostolicam Actuositatem, in stretta unione con l'azione pastorale della Conferenza Episcopale. Si tratterà di procedere nel dialogo e nella collaborazione tra varie forme aggregate (dono dello Spirito, come ha ricordato di recente Benedetto XVI, che vanno però "valutate" sulla comune apertura alla "realtà cattolica"). Così come si tratterà di intensificare l'azione formativa a partire dal laicato organizzato puntando su qualche forma di alfabetizzazione civica comune. Vi è poi il problema della classe dirigente cui numerosi interventi hanno rivolto l'attenzione. In proposito mons. Bagnasco ha sgombrato il campo da eventuali fraintendimenti che potessero far ritenere che quanti già sono impegnati dovessero fare un passo indietro, come se vi fosse, nell'auspicio di una "nuova generazione di cattolici impegnati in politica", disistima per quanti vi si trovano attualmente. A questi ultimi il cardinal Bagnasco ha rinnovato l'invito "a trovarsi come cristiani nella grazia della preghiera, non scoraggiarsi mai, a non aver timore di apparire voci isolate". Certo bisognerebbe interrogarsi sulla recente stagione vissuta dalla chiesa italiana. Il problema del ricambio di classe dirigente esiste.
Sono elementi che fanno pensare e che chiedono di rivisitare la storia recente, le dinamiche che hanno guidato la transizione, fino ai processi di selezione della classe dirigente inevitabilmente indebolita, a tutti i livelli, da una prassi cooptativa che ha messo in soffitta ogni confronto democratico, producendo una "omogeneizzazione" al ribasso. Fenomeno cui non sono estranee neppure parti considerevoli della dirigenza cattolica che hanno subito o consentito questo processo.
Il panorama in cui ci muoviamo, senza farci perdere la speranza, ci mette di fronte ad uno scenario denso di criticità in cui il perenne dovere della chiesa di annunciare sempre e dovunque il Vangelo, deve fare i conti con "il distacco dalla fede, la perdita di senso del sacro, e il deserto interiore" cioè quei tratti del nostro tempo con cui - come ha scritto Benedetto XVI nel documento con cui ha istituito il Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione - "dobbiamo misurarci".
Ha affermato il presidente del Comitato, mons. Miglio, nelle conclusioni: "Siamo chiamati a essere noi i primi, in Italia, a guardare al futuro senza paura, con speranza; quelli che guardano verso un orizzonte di vita e non di declino. È proprio il caso di riprendere le parole di don Sturzo: la speranza ci rende ‘liberi e forti'". Un'attenzione particolare viene riservata ai giovani, "perché possano sognare e progettare, perché non restino sulla piazza ad aspettare, come gli operai della parabola evangelica che avevano trascorso tutta la giornata in attesa di una proposta".
Dietro l'impegno di confrontarsi con un'agenda di speranza per la crescita e lo sviluppo del Paese sta l'auspicio per i credenti che, come ha scritto Benedetto XVI nella Deus Caritas est: "Le esigenze della giustizia diventino comprensibili e politicamente realizzabili".
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